mercoledì 20 aprile 2016

Manzoni e la Chiesa: gli anni difficili


Saggio pubblicato nel numero monografico della rivista “L’Arengo” del Centro Studi di Italianistica di Taranto, diretto da Paolo De Stefano.
Nella stessa monografia ci sono saggi di Walter Tommasino, Ruggiero Stefanelli, Aldo Luisi, Paolo De Stefano, Domenico Lassandro, Romano Colizzi, Antonio Liuzzi, Riccardo Pagano, Vittorio Basile, Luigi Scorrano, José Minervini, Titina Laserra, Raffaele De Tommaso, Egidia La Neve, Alberto Altamura, Elisa Tinelli e Stefania Danese.


 ======================================



Le pagine immortali di Alessandro Manzoni conquistano anche Francesco, il primo gesuita divenuto Papa, il quale confessa di avere, tra le sue amate letture, la più nota opera dell’autore lombardo. A questi il successore di San Pietro si sente debitore per quanto ricevuto nel suo cammino di formazione e per la possibilità di mantenere vivo il grato ricordo della carissima nonna, che gli insegnò, tra l’altro, a ripetere a memoria l’incipit del libro:

«Ho letto il libro I Promessi Sposi tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto. Mia nonna, quand’ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro: “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti…”»1.

Con la Chiesa, in particolare con i gesuiti del suo tempo, il Manzoni, però, non ha avuto un rapporto facile, agevole. Infatti, "La Civiltà Cattolica", l’autorevole rivista, nata a Napoli nel 1850 - sempre curata dai confratelli della Compagnia di Gesù e sempre attenta a riflettere l’ortodossia interpretata dai cattolici zelanti, la voce del Magistero della Chiesa e del soglio pontificio - interviene ripetutamente sul Manzoni, sul quale i giudizi sono maggiormente influenzati, nell’ultima metà dell’Ottocento, dalle sue non condivise scelte politiche.
Il cattolico Manzoni, nella cui opera si ritrova - accanto a quella che Arturo Carlo Jemolo definisce «una venatura giansenista»2 - una salda concezione della fede cattolica, con il decisivo influsso della prospettiva filosofica di Antonio Rosmini, è convinto della distinzione tra potere temporale e potere spirituale, tra trono e altare, tra Stato e Chiesa, con un Papa che sia «re delle preci»3. Non condivide la concezione della religione come instrumentum regni e crede in un cristianesimo non teocratico e scevro dal potere. «Non possiamo nasconderci - scrive Luciano Malusa - che Manzoni, che vedeva nel cattolicesimo una forza reale per creare una coscienza in grado di rendere meno irrazionale la storia, non s’illudesse mai sulla capacità di esso nel modificare le condizioni politiche del nostro paese»4. Manzoni aspira ad un Paese non più occupato dallo straniero, ma unito, vuole l’Italia libera, perché «liberi non sarem se non siam uno»5, non più divisa, che sia «Una d’arme, di lingua, d’altare, / Di memorie, di sangue e di cor»6.
Nel 1848 rifiuta l’elezione alla Camera dei deputati nel collegio di Arona; non ama la politica che è compromesso tra "il desiderabile" e "il riuscibile"; si ritiene "un utopista" anche perché, in politica, «il fattibile le più volte non mi piace»7. Manzoni accetta da Vittorio Emanuele II, nell’agosto 1859, annessa la Lombardia alla corona sabauda, la nomina di presidente perpetuo dell’Istituto di scienze, lettere e arti e il vitalizio annuo di dodicimila lire;  riceve la nomina di senatore il 28 febbraio 1860;  dà il suo voto per la proclamazione del Regno d’Italia e successivamente - nonostante l’inutile invito di Massimo D’Azeglio, capo del partito cattolico  moderato, a non andare a Torino per partecipare, con la maggioranza liberale, alla votazione - a favore del trasferimento della capitale da Torino a Firenze8, come premessa alla successiva scelta di Roma capitale dell’Italia unita, di cui è convinto sostenitore già nel 1815 nel giovanile Trionfo della libertà, avendo fiducia di poter andare a Roma «con il pieno consenso della coscienza cattolica». Due anni dopo la presa di Roma e un anno prima della morte, nel luglio 1872, nonostante sia già provato da «un lungo tempo di aspre disapprovazioni e di polemiche»9, accetta la cittadinanza onoraria della capitale d’Italia, già capitale dello Stato Pontificio, contrariando decisamente gli ambienti cattolici tradizionalisti e retrivi che lo accusano di essere un cattivo credente, essendo, al contrario, il Manzoni profondamente convinto di poter essere, nello stesso tempo, un buon cattolico e un buon italiano.

I rapporti tra Manzoni e la Chiesa nell’Ottocento, di cui qui ci si occupa, riflettono il particolare momento storico e - con la crisi e la caduta del governo Ricasoli e con il successivo insediamento del governo Rattazzi della sinistra storica, nel marzo del 1862 – registrano un deterioramento da far sembrare già lontani gli apprezzamenti con cui, nel 1851, a proposito del "Dialogo dell’Invenzione", dove è chiara l’impronta rosminiana, Manzoni – prima dell’accettazione della nomina a senatore del regno d’Italia, è lodato quale «lucida penna», che libera la metafisica da «quella caligine che tanti atterrisce, [che] invita gli italiani alle filosofiche meditazioni, dimostrando quanto sia in esse di reale e di grande», a cui si rivolge l’accorato appello: «Oh se egli tornasse molte volte all’assalto per isgombrare finalmente dalle menti de’ suoi concittadini l’orrore …, qual nuovo servigio avrebbe egli reso alla patria nostra cui diede già verso il bene tanti e sì nobili impulsi!»10. Nel 1858, Milano fa ancora parte del Regno Lombardo-Veneto e non ha ancora avuto luogo la seconda guerra d’indipendenza conclusa con l’armistizio di Villafranca (11-12 luglio 1859) con cui la Lombardia viene girata dalla Francia al Regno di Sardegna. La celebrità del Manzoni porta il mondo cattolico a preoccuparsi per una sua infermità e la rivista dei gesuiti ne è pronta interprete:

«L'illustre e veramente chiarissimo Alessandro Manzoni, i cui insigni meriti come cristiano e letterato niuno italiano può ignorare, ebbe non ha guari nella sua patria, anzi nell' intiera Italia, una di quelle spontanee e veraci dimostrazioni di stima e di affetto che a pochi è dato di meritare. Giacché caduto pericolosamente infermo e poi, grazie a Dio, risanato si fecero pubbliche preghiere e tridui di ringraziamenti in molte città d'Italia. Tutti i giornali poi davano con premura notizie di sua salute ai loro lettori. L'Arciduca Massimiliano essendo in Venezia mandò in suo nome un consigliere a far visita all' illustre infermo; e venuto a Milano andò egli stesso a visitarlo, per compiere o, meglio, per coronare gli atti della sua cortesia»11.

   "La Civiltà Cattolica" parla subito dopo de I Promessi Sposi come opera di apostolato, loda l’arte dell’autore nel contrapporre le figure di don Abbondio e di fra Cristoforo, due personaggi che interpretano, secondo Italo Calvino, il falso potere spirituale e il potere spirituale vero, la buona e la cattiva Chiesa12.

«Il contrapporre continuamente ad un personaggio grottesco un personaggio esemplare, all'indolenza di un don Abbondio lo zelo di un fra Cristoforo, ai torbidi risentimenti del tumulto le prudenti rimostranze della giustizia, ai disordini di una vocazione violentata l'eroismo di una vocazione corrisposta, è arte efficacissima ad ottenere il bene, ma arte insieme difficilissima che incoronò il Manzoni di un alloro non tocco e trasformò il suo romanzo in un apostolato»13.

  Con gli inizi degli anni Sessanta, con i cambiamenti politici e territoriali nella penisola italiana, la Chiesa interviene più volte per condannare l’ideologia e la politica dei liberali, che vantano ora l’appartenenza nel loro schieramento parlamentare del Manzoni, a cui la rivista fa presente le conseguenze di una sua condivisione:

«Noi non sappiamo se il Manzoni partecipi alle vostre idee. Ma se così fosse non esitiamo a dire che egli, invece di difendere voi, condannerebbe se stesso»14.

Ripetutamente la rivista interviene a proposito delle deprecate scelte politiche del Manzoni, definito a volte il "senatore conciliativo"15 e il "senatore garibaldino"16 per aver ricevuto, nel pomeriggio del 25 marzo 1862, nella sua casa di via Morone di Milano, il massone e anticlericale Giuseppe Garibaldi, scambiandosi omaggi e attestazioni di reciproca ammirazione.
Dare del garibaldino al Manzoni significa riconoscergli, con implicita transitività, tutte le qualità dell’eroe dei due mondi. Per meglio comprendere l’imbarazzante sconcerto per tale risonante incontro nelle più alte gerarchie della Chiesa, basti qui ricordare che Garibaldi è l’uomo «dalla mano sanguinosa»17, «1'araldo che imbocca la tromba ad ogni poco, per sollevare le plebi contro la Chiesa di Gesù Cristo»18. Garibaldi è l’acerrimo nemico della Chiesa, non solo perché un massone e un "senzadio", «invasato di tal furore diabolico verso i preti»19, ma in quanto è sempre pronto «con animo fellone ad intimar guerra a Pio IX»20 e perché «nega poi di riconoscere per Italiani quanti, guidati da coscienza cristiana, combattono per la legittimità del diritto e per la santità della Religione»21.  
 Non a caso, più volte, Pio IX, che nel 1868 decide per il non expedit dei cattolici alle elezioni e alla vita politica, interviene proprio contro i cattolici liberali, una peste perniciosissima, che «fanno, è vero, professione d’amore e rispetto per la Chiesa, ma si sforzano nondimeno di pervertirne le dottrine e lo spirito»22.

"La Civiltà Cattolica", roccaforte dell’intransigentismo cattolico, non crede sia possibile realizzare di fatto e positivamente l’unità d’Italia con l’occupazione e l’annessione dello Stato Pontificio al Regno d’Italia con Roma capitale, citando proprio I Promessi Sposi per dimostrare le infauste conseguenze dell’irrimediabile rivalità fra le varie parti dell’Italia che, come i capponi di Renzo, saranno legate per le zampe e tenute a capo all’ingiù, pronte a beccarsi reciprocamente.

«Per intenderne bene il senso conviene premettere quello che del resto non è nuovo a sapersi, cioè che la così detta unità d' Italia è un mito, un apologo, un modo di dire, che in realtà non esiste né può esistere. L'unità d'Italia si può trovare dipinta al vivo nei Promessi Sposi, dove essa è rappresentala in quelle galline che Renzo portò in regalo all'avvocato Azzeccagarbugli. «Agnese (narra il Manzoni, che come futuro Senatore del Regno dovette forse avere qui un po’ di preveggenza politica) Agnese levò a una a una le povere bestie dalla stia, riunì le loro otto gambe come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago e le consegnò in mano a Renzo». Cosi furono prese le povere varie parti d'Italia; cosi furono riunite per le zampe come se si facesse un mazzetto di fiori; cosi furono avvolte e strette collo spago piemontese. Segue opportunamente il Manzoni dicendo: «Lascio pensare al lettore come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie cosi legate e tenute per le zampe a capo all'ingiù, le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi 1'una con 1'allra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.
II Manzoni Senatore del Regno capirà meglio di noi quanto bene egli abbia qui profetato dell'unità d'Italia. Pare proprio vederle quelle povere Capitali, Napoli, Firenze, Milano, Modena, Parma, legate col capo all' ingiù beccarsi 1'una con 1'altra, come accade tra compagni di sventura». E certo se a quelle povere bestie o Capitali si sciogliesse lo spago che le lega per le zampe, e sicurissimo che ognuna fuggirebbe chi qua chi là. Ma il vincolo dello spago piemontese finora le riunì e strinse bellamente come un mazzo di fiori»23.

Sempre la rivista della Compagnia di Gesù interviene nel dibattito sulla questione della lingua, per la quale il Manzoni è incaricato dal ministro della Pubblica Istruzione, Emilio Broglio24, «di proporre tutti i provvedimenti e i modi, co' quali si possa aiutare e rendere più universale in tutti i diversi ordini del popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia». Nella relazione che il Manzoni invia al ministro, pubblicata nella rivista fiorentina "Nuova Antologia" e in quella milanese "Perseveranza", si propone di adottare il fiorentino vivo e non vernacolare, che i gran parte era già stato reso comune dalla lingua letteraria, per sostituire ai vari dialetti una lingua unitaria che ne faccia le funzioni.  

"La Civiltà Cattolica" critica duramente la relazione del Manzoni:

«Se non che, ci duole dirlo, la Relazione di tanto illustre scrittore e sì autorevole critico, non ci pare che abbia punto risposto alle speranze, che a buon diritto si erano in lui collocate. Anzi, se ci è lecito di dire tutto intero e senza velame il nostro pensiero, ci sembra che questa Relazione per l'una parte scambia la quistione pratica, proposta dal Ministro, per maniera che ne rende la soluzione, di facile che era, moralmente impossibile; e per l'altra stabilisce la quistione teoretica sopra dottrine poco ragionevoli, ed anche pregiudiziali al fine che si pretende. Ci auguriamo che il buon desiderio, il quale anima anche noi, di conferire ai vantaggi della lingua comune, ci debba valer di scusa, se osiamo opporci all'autorità di tant' uomo. Perocché quanto maggiore è la stima che meritamente si ha di lui nell' Italia, tanto in questo caso noi crediamo maggiore il pericolo, che le opinioni propugnate da lui creano alla lingua»25.

Secondo il quindicinale gesuita, Manzoni non affronta la richiesta specifica del ministro, il cui testo è finemente analizzato, che pone al Manzoni una questione pratica (quali provvedimenti e modi) per rendere più universale la conoscenza della buona lingua e non una questione teorica per stabilire quale debba essere la nuova lingua. «Laonde il Ministro, rivolgendosi a quella sommità che è Alessandro Manzoni, non gli addimandava la soluzione generica del problema; ma i provvedimenti speciali, i modi determinati, pe’ quali il problema, nel risolversi praticamente, potesse avere i migliori risultamenti possibili»26. Il Manzoni avrebbe perseguito, pertanto, un intendimento diverso da quello formulato dal ministro della P.I., non considerando «che sopra la quistione, se vi avesse nell'Italia una lingua comune, e quale fosse, non v'è stato giammai dissenso sostanziale, e molto meno vi è ora»27. Al Manzoni non si risparmia l’amara ironia nella conclusione dell’articolo de "La Civiltà Cattolica", secondo cui «È antico adagio, che i grandi uomini, se mai trascorrono in un errore, non lo sogliano fare nella misura de' mediocri»28. Subito dopo, il 26 maggio 1868, con una lettera al ministro della P.I., Manzoni si dimette ufficialmente dalla presidenza della commissione «per l’insufficienza delle sue forze e intellettuali e fisiche alla continuazione del lavoro»29, pur ammettendo, con una missiva riservata allo stesso Broglio, le divergenze insanabili con il gruppo di Firenze.

Nel 1873, anno della morte del Manzoni, Roma è già parte del Regno d’Italia, lo Stato Pontificio non esiste più, Pio IX si considera prigioniero in Vaticano. "La Civiltà Cattolica", in un breve passaggio di una sua rubrica, in cui riferisce dei lavori della Camera dei deputati, si limita a ricordare, con accento glaciale, che il

«testé defunto sarà più celebre pel suo Padre cappuccino Fra Cristoforo, che non per il titolo di Senatore italiano o per gli omaggi resi alla ciurma garibaldina»30.

Sembrano così lontani i giorni del 1858, in cui, nelle chiese italiane, si elevavano pubbliche preghiere e si svolgevano tridui per la salute del Manzoni! "L’Osservatore Cattolico", giornale conservatore di Milano, diretto da don Davide Albertario, vicinissimo alle posizioni delle gerarchie ecclesiastiche, ricorda, con pietà cristiana, il defunto «come uomo buono, anche pio, e nei suoi traviamenti più illuso che colpevole».
 C’è chi, come Giovanni Spadolini, parla di "riserve e cattiverie"31 a proposito di quanto scritto dall’autorevole rivista, sull’appena deceduto Manzoni, proprio nei giorni in cui, nella Camera dei deputati, il governo liberale guidato da Giovanni Lanza è impegnato a sostenere l’approvazione della legge sull’abolizione degli Ordini religiosi e di conversione dei beni di tutti gli enti ecclesiastici di Roma e della sua provincia.
Nel fascicolo successivo, "La Civiltà Cattolica" interviene ancora per sostenere che le idee liberali del Manzoni, di cui c’è da avere nessun vanto, non hanno alcuna incisività nelle scelte compiute in parlamento dalla maggioranza anticlericale.

«Tutto ciò che si è fatto in Italia da’ liberali, si sarebbe fatto senza il Manzoni: il quale ebbe però presso i liberali il merito di avere approvato tutto, il garibaldesco, 1'antigaribaldesco, il dinastico e 1'antidinastico, il male, il mediocre ed il pessimo, senza niente di quel buon gusto che in letteratura non gli si può negare»32.

Né i liberali, secondo la Civiltà Cattolica, dimostrano di essere particolarmente affranti per la morte del Manzoni, sfruttato, e quindi non più utile, per quanto già dato a loro vantaggio. Infatti, «essi aveano ormai spremuto tutto quel poco o nulla, che egli poté dare in loro privato servigio»33. Più che portare benefici alla causa liberale, Manzoni, sempre per la rivista dei gesuiti, nuoce soprattutto a se stesso, alla sua intelligenza e alla sua onorabilità, in quanto «col liberalismo non ha altri meriti effettivi che quei suoi atti privati e personali, coi quali fece più torto alla sua fama di uomo pratico ed intelligente della politica, che non vantaggio alla causa liberale»34.
    Il disprezzo per Manzoni non risparmia neppure le qualità letterarie e culturali e di lui si rileva «che, difatti non fece, né certamente farà altra scuola, né in prosa né in poesia, che di volgari»35 e «il Manzoni, lavorando assai, scrisse, in proporzione degli anni e dello studio, pochissimo: e non tutto bene: e poi si fermò quasi stanco e sfiduciato»36.
 
La firma di Alessandro Manzoni
Altro di significativo non si dice in occasione della morte del Manzoni, a cui il potere ecclesiastico del tempo non perdona assolutamente le scelte politiche, tenendo conto che i cattolici liberali non sono particolarmente graditi né ai cattolici e né ai liberali, in quanto costituiscono  - per i primi - gli inquinatori dell’ortodossia con l’apertura alla modernità degli ideali civili e alle novità della scienza, mentre - per i secondi - sono il virus di un anacronistico passato di credenze da cui liberarsi per non alterare irrimediabilmente il proprio patrimonio ideale, il progresso sociale e i cambiamenti che si prefigurano con il nuovo secolo.
 La Camera dei deputati, con la sua maggioranza liberale, appresa la morte del Manzoni con un telegramma da Milano del sindaco Giulio Belinzaghi, ricorda, con le parole del presidente dell’assemblea Giuseppe Biancheri - senza alcun riferimento alla sua gloria letteraria, tanto meno alla sua convinta fede religiosa - il «più grande cultore dell’unità d’Italia», a cui, non rivolgendo alcuna espressione di cordoglio cristiano, viene strettamente legata e limitata la sua virtuosa eredità.

«Con Alessandro Manzoni l'Italia ha perduto una grande sua gloria, il più grande cultore della sua unità nazionale, l'esempio più elevato e più raro delle più rare e più elevate virtù; ma non sarà mai perduto il sublime retaggio ch'Egli ha lasciato alla sua patria, non sarà mai offuscato lo splendore del suo nome, e il culto di ammirazione che lascia in ogni cuore italiano non sarà mai spento sinché vive l'Italia»37.

Alla rivista della Compagnia di Gesù non possono sfuggire le omissioni nella commemorazione laicista nella Camera dei deputati; inizia a distinguere, molto cautamente, i suoi giudizi sul Manzoni liberale e sul Manzoni cattolico e ad altalenarli a quelli sul Manzoni letterato:

«I liberali ne celebrano i meriti sotto il riguardo del liberalismo; i cattolici pregheranno di cuore per lui, che certamente fu di sensi cristiani, ben costumato come si conviene ad un cattolico, e seppe con singolari pregi, qual letterato, congiungere al dilettevole l’onesto nelle sue scritture»38.

Ai tentativi dei liberali di fare del Manzoni un loro campione non solo nel campo della politica, ma anche in quello della letteratura, risponde "La Civiltà Cattolica":

«Dicono del Manzoni che, nelle sue prose e ne’ suoi versi, e specialmente nel suo Romanzo, abbia sparse varie idee liberali. Questo è vero. Ma non credo che vi sia un solo italiano che sia divenuto liberale in grazia delle prose e delle poesie del Manzoni. Chi era già liberale, godeva nel vedere quei semi nascosti. Chi non lo era, neanche se n’accorgeva. E, se si tira il conto, si vedrà che molte più sono nel Manzoni le idee cristiane che liberali. Il che si prova anche dal fatto certissimo ed incontrastabile che, mai e neanche adesso, non vi è, né vi fu, né, credo io, vi sarà o padre o maestro, per quanto nemico del liberalismo, il quale tenta di corrompere un figliuolo o uno scolaro col dargli a leggere le scritture del Manzoni. Perciò io chiamo smorfie ed esagerazioni affrettate tutte queste lagrime liberali sopra la morte del Manzoni … è chiaro che il liberalismo spera guadagnar egli qualche cosa coll’avocare a sé, e quasi impadronirsi, del Manzoni che non è suo, senonché in minima parte»39.

Nello stesso numero della rivista si alterna qualche apprezzamento alle ancora dure critiche al Manzoni, «entrato nel ristrettissimo novero di quegli scrittori che, se non in tutte, almeno nell’una o nell’altra delle loro opere, sono e saranno sempre letti»40. Subito si aggiunge che non si può non dire «che I Promessi sposi manchino de’ loro, e non sempre leggeri, difetti»41 e che «il rimanente delle opere del Manzoni è appunto come il resto delle opere degli altri classici: dei quali nessuno si terrà mai obbligato in coscienza a leggere ed ammirare tutto»42.
È pesante la riprovazione delle opere minori, su cui si sentenzia che «non è probabile che assurgano mai alla fama cui non assorsero finora»43.
La stessa rivista della Compagnia di Gesù ricorda che padre Luigi Taparelli d’Azeglio s.j. già aveva notato, nel Discorso sopra il Romanzo, «l’equivoco del Manzoni, il quale suppose che nel Romanzo storico si cerchi di imparare la storia: laddove esso è invece destinato a formar, dilettando, l’educazione del cuore», rilevando che in tale opera «manca la vera profondità della filosofia»44.
La stroncatura del Manzoni continua impietosa: «Lo sappiamo ... che il Manzoni da giovane era cattivo scrittore e cattivo cristiano. … Ma siccome, grazie a Dio, è più facile convertirsi alla buona fede che alla buona lingua, così non è da stupire che nella Morale cattolica … apparisca però ancora molto di quella maniera francese, che è anzi meraviglia che non si veda più chiara e spiccata. Quanto alla sostanza, il libro non supera la ordinaria mediocrità, benché sia sempre esatto e perspicuo»45.
Insiste la rivista nella sua condanna nel liberalismo che «non è un è un sistema politico; è un sistema antireligioso. Chi, mantenendosi religioso, intende però talora dei fini politici voluti dai liberali, si potrà chiamare illuso, utopista, matto anche se volete: ma liberale no: giacché il liberalismo consiste essenzialmente nell’antireligione». Purtroppo, per "La Civiltà Cattolica", «Il Manzoni - si rileva con accento di forte rimprovero - invece disse troppi sì alla signora rivoluzione»46.

La Chiesa, pur non risparmiando ancora alcune aspre critiche, si impegna a sostenere e a far primeggiare l’appartenenza, l’identità culturale e la sua cristallina morale di chiara matrice cattolica per ribattere ai tentativi dei liberali di appropriarsene politicamente con strumentalizzazioni capziose o, quanto meno, di infangarne la memoria. A don Lisander

«non bastò l’aver cantata e praticata la fede e la morale cattolica, per isfuggire all’insulto di vedersi camuffato da questi sempre falsi e bugiardi liberali, in paterino ed in libertino: colpa qualche scorso, più o meno leggero, di penna e di vita, a cui soltanto, in mezzo a tanta dovizia di purissima gloria, questi scarafaggi liberaleschi amano rivolgere la loro attenzione»47.

La Chiesa insiste, anche negli anni Ottanta, contro il liberalismo, la sua sterilità, che non può generare il genio del Manzoni, e condanna implicitamente l’affacciarsi della «falsa scienza»48 del darwinismo, di cui il senatore liberale Paolo Mantegazza è divulgatore in Italia.

«II liberalismo non ha la virtù di moralizzare; ha quella soltanto di pervertire. Dal suo grembo escono i Mantegazza, ma non possono uscire i Manzoni. Sperare che l’iniziativa sua guarisca moralmente la nazione, è come sperare che un cadavere putrefatto ravvivi un morto»49.

Non mancano disapprovazioni in altri ambienti del mondo cattolico per il romanzo del Manzoni. Infatti, San Giovanni Bosco (1815-1888), che stima l’autore e la sua opera, intervenendo certamente non come critico letterario, rivolge un severo e spropositato rimprovero:

«La stima che abbiamo per quest’opera non ci tratterrà tuttavia dal biasimare altamente il ritratto che ci porge di Don Abbondio e quello della sgraziata Gertrude. Il Manzoni, che voleva dare all’Italia un libro veramente morale ed inspirato da sentimento cattolico, poteva, certo, presentarci migliori caratteri; gli stessi romanzieri d’oltr’Alpe ben altra idea ci porgono generalmente del parroco cattolico. Il giovane poi, che fin da’ suoi primi anni ha imparato, coll’amore ai genitori, la venerazione al proprio parroco, dovrà necessariamente ricevere cattiva impressione nella mente e nel cuore dopo siffatta lettura»50.  

Dopo più di un decennio dalla morte del Manzoni, "La Civiltà Cattolica" continua con alterni e ambivalenti giudizi sulla sua opera letteraria. Ne I Promessi Sposi, rilevando che il romanzo è «il genere di letteratura che palesa più d'ogni altro il decadimento lagrimevole del pensiero italiano»51, riconosce che, nello specifico genere, è sì il solo romanzo che onora la letteratura italiana, ma è «difettoso nella lingua e nello stile»52. In precedenza, de I Promessi Sposi si scrive che «toccano la perfezione»53, le altre scritture «partecipano della mediocrità», mentre «media … incede la Morale Cattolica, che per il merito morale è la più perfetta, e per letterario la più imperfetta delle opere di quel grande scrittore»54.
"La Civiltà Cattolica", solo in presenza di smisurati attacchi alla cultura e alla morale cattolica del Manzoni, inizia a rilevarne i meriti, respingendo l’avanzata di quelle correnti letterarie antiromantiche, che trovano nel positivismo il loro riferimento ispiratore, e di quell’anticlericalismo massonico, che vede in Giosuè Carducci, «idrofobo cantore e vate da lupi»55, il più autorevole rappresentante. Lo stesso Nobel, «nato di padre manzoniano»56, confessa, in occasione della morte del Manzoni, d’essere "non manzoniano" per ragioni più psicologiche che letterarie, avendo nutrito nell’età giovanile «un odio catilinario»57 verso le opere del Grande Lombardo, essendo stato costretto dal genitore prima e dai padri Scolopi poi ad imparare a memoria rispettivamente le Osservazioni sulla morale cattolica e gli Inni Sacri.
       In un’articolata riflessione sul Romanticismo, "La Civiltà Cattolica" esamina criticamente le opere del Manzoni con una serie di giudizi solidamente argomentati e riveduti, solo con qualche punta di asperità, rispetto ai precedenti ben più severi, pubblicati nei giorni successivi alla morte del Grande Lombardo.
Si riconosce all’autore di aver dato negli Inni sacri quella «freschezza di colorito e di vita a soggetti mille volte trattati; e colla semplice maestà delle immagini e l'onda sempre piena e sonora del verso ha saputo trascinare gli animi dei lettori in modo che certe imperfezioni di lingua e di stile restano inavvertite, o per lo meno perdonabili»58.
In particolare, con il 5 maggio, Manzoni

fu degno di sciogliere il cantico, che coi nomi di Marengo e d'Austerlitz eternerà il nome del grande conquistatore. Non mancano anche in questo componimento difetti di stile, come la spoglia immemore, l’orma che calpesta la polvere, il sovvenir che l'assalse e simili; come non è vero che tutta la terra restasse attonita e molto meno come cadavere alla nuova della morte dell'eroe; ma chi cerca nella piramide di granito una screpolatura? II Cinque Maggio gettando la sua luce sugli Inni, sino allora poco letti, fu 1'aurora di quella gloria che per oltre mezzo secolo circondò la vita del poeta59.

Le tragedie Il Conte di Carmagnola e l’Adelchi, che hanno un chiaro proposito politico, «appartengono - secondo "La Civiltà Cattolica" - più veramente alla lirica che alla drammatica, non tanto per la bellezza dei Cori, che ne sono il vanto principale, quanto per la scarsità dell'azione e l’abbondanza del sentimento»60. A chi rimprovera il Manzoni per l’eccessivo e depauperante rispetto del fatto storico nella tragedia, la rivista rileva che proprio «questo tentativo di levare la storia allo stato di tragedia è la grande novità del Manzoni, e non già l’infrazione delle unità drammatiche»61, perché il fine della tragedia per il Manzoni è quello di consentire al popolo di conoscere la storia e non la leggenda e proprio nei cori «tutti gl’Italiani ammirano ancora quella lirica magnificenza che sgorga dal pieno della verità storica»62.
I Promessi Sposi, la più nota opera che, illuminata dalla fede, esalta l’unione del vero storico e del vero poetico, vanno oltre la mera verità positiva della ricerca storica e offrono «del seicento e della dominazione spagnuola un concetto più pieno e più chiaro che non avrebbe dalla lettura della storia di quel tempo, perché la storia lascia molte lacune specialmente intorno alle costumanze della vita privata; il romanzo invece le riempie e lungi dall'annoiare con aridi racconti, ricrea la mente coi fiori della fantasia, e la grazia delle descrizioni»63.
Le Osservazioni sulla Morale cattolica - scritte in risposta alle accuse di oscurantismo avanzate alla religione cattolica dal ginevrino Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi, secondo il quale «dans la moderne Italie, la religion, loin de servir d'appui à la morale, en a perverti les principes»64 - ora, in evidente contraddizione con quanto scritto nel 1873, «rivelano la mente filosofica e religiosa»65  del Manzoni ed «è non solo difesa della sua religione, ma della sua patria, perché tutta la nazione italiana, che si gloria di essere cattolica, restava denigrata dalle calunnie dello storico calvinista»66.
Del Manzoni ora si apprezzano, nella sua innovativa grandezza letteraria, le doti ferree di chi sa evitare gli eccessi, di chi conosce la giusta misura, di chi sa mantenere l’appropriato equilibrio. Infatti, egli «è il più grande ed originale dei moderni scrittori che inaugurarono la nuova scuola letteraria. Fu egli che diede un novello indirizzo alla nostra letteratura. Il suo merito principale o la originalità sua consiste in quell'arte sapiente che nella moderazione trova la forza»67. Lo stesso Romanticismo del Manzoni, ricordando la famosa lettera di questi a Cesare D’Azeglio,  non è un «guazzabuglio d'idee, d'immaginazioni di sentimenti»68, né è da confondere con il classicismo convenzionale e di maniera, in quanto, secondo la rivista della Compagnia di Gesù, è da stimare per «la naturalezza, la spontaneità, la popolarità nell'invenzione, nella espressione, nello stile, e 1'aborrimento dalle frasi fatte e dalle superfluità di parole, di descrizioni, di adornamenti, 1'abolizione nella letteratura delle idolatrie mitologiche, la preferenza costantemente data al vero sul finto, alla realtà vivente e cristiana sul maraviglioso degli dei e degli eroi sepolti tra i ruderi del paganesimo, la direzione dell'arte a qualcosa di più alto dell'arte e ad una qualche utilità morale del prossimo»69.

Nel sostenere l’idea dell’arte, fondata sul vero, che non si appaga del bello per il bello, ma mira decisamente al conseguimento del bene nella maggiore misura, indica, nella più importante opera del Grande Lombardo, l’esempio positivo per vincere «la congiura di diffamatori del bello artistico, vero, morale, casto, umano ed anche, se vuolsi, cristiano»70:

«Alessandro Manzoni, più che cogli aridi precetti, insegnò quel che sia arte vera, grande, nobilissima, immortale col fatto dei Promessi Sposi, romanzo storico unico, non superato da alcun altro, non facilmente superabile, e diciamo per la sostanza stessa dell'opera non per la lingua e lo stile, che non sono sempre, come tutti sanno, inappuntabili. Nei Promessi Sposi il Manzoni trattò 1'amore. … così castigato e santo, che può senza verun pericolo leggersi anche dalla più pura fanciulla e da una Suora»71.

Ormai al tramonto del secolo e degli anni difficili con la gerarchia ecclesiastica, il Manzoni liberale è sullo sfondo e il suo patriottismo risorgimentale è sempre più un pallido e sbiadito ricordo, consolidandosi ulteriormente, accanto all’intransigentismo, la voce del transigentismo cattolico. Il Manzoni de I Promessi Sposi, degli Inni Sacri e delle Osservazioni sulla Morale Cattolica entra decisamente nella cultura cattolica ufficiale del nuovo secolo. Nelle encicliche72, nelle lettere, nelle esortazioni apostoliche, nei messaggi e nei discorsi dei pontefici romani, si trovano frequentemente citazioni manzoniane per sostenere un migliore cammino della Chiesa universale in tempi nuovi e non meno difficili.


[1]ANTONIO SPADARO S.I., Intervista a Papa Francesco, in "La Civiltà Cattolica", 2013, anno 164, n. 3918, pag. 471.  
[2] ARTURO CARLO JEMOLO, Il dramma di Manzoni, Le Monnier, Firenze, 1973, p. 55. 
[3] ALESSANDRO MANZONI, Adelchi, Atto I, Scena II, v. 115. 
[4] LUCIANO MALUSA, Antonio Rosmini per l’unità d’Italia. Tra aspirazione nazionale e fede cristiana, Franco Angeli, Milano, 2011, p. 167. 
[5] ALESSANDRO MANZONI, Il proclama di Rimini, 1815, v. 34.
Nella primavera 1815, Gioacchino Murat, insediato da Napoleone sul trono di Napoli, dichiara guerra all’Austria e rivolge un appello agli Italiani, presentandosi come alfiere dell’indipendenza italiana. Il Manzoni compone una canzone, con lo stesso titolo del proclama murattiano, rimasta, però, incompiuta 
[6] ALESSANDRO MANZONI, Marzo 1821, vv. 30-31. 
[7] ALESSANDRO MANZONI, Lettera a Giorgio Briano, Milano, 7 ottobre 1848. 
[8] Nella seduta pomeridiana del Senato della Repubblica del 22 maggio 1985, il presidente Giuseppe Cossiga, presentando il senatore a vita Carlo Bo, incaricato di relazionare “Per il secondo centenario della nascita di Alessandro Manzoni”, ricorda: «Il genero Giorgini, nel riferire dei tentativi fatti da Massimo D’Azeglio perché Manzoni non andasse a Torino per quel voto scrisse di lui: “Ha in testa più fitto che mai il chiodo di Roma ed è sempre pieno di fiducia che a Roma ci potremo andare con il pieno consenso della coscienza cattolica”». 
Vedi Senato della Repubblica, IX Legislatura, 309a seduta pubblica pomeridiana, mercoledì 22 maggio 1985, p. 4 del resoconto stenografico. 
[9] CARLO BO, Per il secondo centenario della nascita di Alessandro Manzoni, Commemorazione al Senato, Senato della Repubblica, IX Legislatura, 309a seduta pubblica pomeridiana, mercoledì 22 maggio 1985, p. 4 del resoconto stenografico. 
[10] Dov’è l’Idea? Appendice al Dialogo sull’Invenzione di Alessandro Manzoni, in "La Civiltà Cattolica", 1851, Anno 2, vol. 6, p. 129. 
[11]  Infermità e guarigione di Alessandro Manzoni…, in "La Civiltà Cattolica",1858, anno 9, vol. 11, p. 498.
[12] ITALO CALVINO, ‘I Promessi Sposi: il romanzo dei rapporti di forza’, in Una pietra sopra, Einaudi, Torino 1880, p.333. 
[13] La Civiltà Cattolica, 1858, anno 9, vol. 12, p. 218. 
[14] Delle condizioni di Milano prima e dopo la guerra del 1859, in "La Civiltà Cattolica", 1862, anno 13, vol. 1, n. 287, p. 563. 
[15] Cronaca contemporanea, in "La Civiltà Cattolica", 1872, anno 23, vol. 5, n. 520, p. 91. 
[16] Ivi, p. 736. 
[17] Olderico ovvero il zuavo pontificio. Racconto del 1860, in "La Civiltà Cattolica", 1861, anno 12, vol. 9, p. 280. 
[18] Altra lettera del Garibaldi ai Siciliani per dichiarare guerra al Cattolicismo, in "La Civiltà Cattolica", 1861, anno 12, vol. 10, p. 750. 
[19] Lettere di Garibaldi, in "La Civiltà Cattolica", 1862, anno 13, vol. 1, p. 363.
[20] I crociati di San Pietro. Scene storiche del 1867, in "La Civiltà cattolica", 1868, anno 19, vol. 2, n. 433, p. 61.
[21] L’invasione sarda negli stati della Chiesa, in "La Civiltà Cattolica", 1860, anno 11, vol. 8, p. 30. 
[22] PIO IX, Messaggio al senatore Cannart d’Hamale ed ai membri della federazione dei circoli cattolici del Belgio, in "La Civiltà Cattolica", 1873, anno 24, vol. XI, p. 99.
[23] Di due giornali torinesi, la Gazzetta del Popolo ed il Diritto, contrarii alla Convenzione del 15 Settembre, in "La Civiltà Cattolica", 1864, anno 15, vol. 12, n. 352, pp. 467-468. 
[24] Il ministro Broglio, con decreto del 14 gennaio 1968, istituisce una commissione con una sezione milanese (Manzoni presidente, Ruggiero Bonghi e Giulio Carcano) e con una sezione fiorentina (Raffaello Lambruschini vicepresidente, Niccolò Tommaseo, Giuseppe Bertoldi, Achille Mauri). 
[25] Dell'unità della lingua e de' mezzi di diffonderla. Relazione al Ministro della Pubblica Istruzione, proposta da Alessandro Manzoni agli amici colleghi Bonghi e Carcano, ed accettata da loro. Lettera del medesimo Alessandro Manzoni al Bonghi, intorno al soggetto del Trattato di Dante Alighieri De vulgari Eloquio, in "La Civiltà Cattolica", 1868, anno 19, vol. 2, n. 434, p. 197. 
[26] Ivi, p. 198. 
[27] Dell'unità della lingua e de' mezzi di diffonderla. Relazione al Ministro della Pubblica Istruzione, proposta da Alessandro Manzoni agli amici colleghi Bonghi e Carcano, ed accettata da loro, in "La Civiltà Cattolica", 1868, anno 19, vol. 2, n. 435, p. 327. 
[28] Ivi, p. 342. 
[29] ALESSANDRO MANZONI, Lettera a Emilio Broglio, in ALESSANDRO MANZONI, Tutte le lettere (a cura di CESARE ARIETI), vol. III, Adelphi, Milano, 1986, p. 347. 
[30] Cronaca Contemporanea, in "La Civiltà Cattolica", 1873, anno 24, Vol. 10, n. 551, p. 598. 
[31] G. SPADOLINI, Prefazione, in A.C. JEMOLO, Il dramma del Manzoni, Le Monnier, Firenze 1973, p. VII. 
[32] Cronaca Contemporanea, in "La Civiltà Cattolica", 1873, anno 24, vol. 10, n. 552, p. 710. 
[3]3 Ivi. 
[34] Ivi. 
[35] Alessandro Manzoni e Giuseppe Puccianti, in "La Civiltà Cattolica", 1873, anno 24, vol. 11, n. 553, p. 78. 
[36] Ivi, p. 79. 
[37] GIUSEPPE BIANCHERI, Annunzio della morte di Alessandro Manzoni, in Camera dei Deputati, Sessione 1871/72, Tornata del 23 maggio 1873, p. 6638. 
[38] Cose Italiane. Lutto della rivoluzione per la morte di varii suoi protagonisti; elogi funebri di Urbano Rattazzi, in "La Civiltà Cattolica", 1873, anno 24, vol. 10, n. 552, p. 732. 
[39] Cronaca contemporanea. Vidi impios sepultos: qui, cum viverent, in loco sancto erant, in "La Civiltà Cattolica", 1873, anno 24, vol. 10, n. 552, p. 710. 
[40] Alessandro Manzoni e Giuseppe Puccianti, in "La Civiltà Cattolica", 1873, anno 24, vol. 11, n. 553, p. 80. 
[41] Ivi. 
[42] Ivi, p. 81. 
[43] Ivi. 
[44] Ivi. 
[45] Ivi, p. 82. 
[46] Ivi, p. 84.
[47] Ivi, p.78. 
[48] Dopo il cinquantenario del darwinismo (1858 - 1908), in "La Civiltà Cattolica", 1909, anno 60, vol. 2, n. 1411, p. 18. 
[49] Del problema di redenzione morale in Italia, in "La Civiltà Cattolica", 1886, anno 37, vol. 1, n. 856, p. 394. 
[50] GIOVANNI BOSCO, La Storia d’Italia raccontata alla gioventù dai suoi primi abitatori ai nostri giorni, 16a Ed., Tipografia e Libreria Salesiana, Torino, 1885, pp. 486-487. 
[51] Della decadenza del pensiero italiano. Il romanzo, in "La Civiltà Cattolica", 1884, anno 35, vol. 8, n. 824, p. 178. 
[52] Ivi, p. 179. 
[53] Alessandro Manzoni e Giuseppe Puccianti, op. cit., p. 82.
[54] Ivi. 
[55] Della decadenza del pensiero italiano. Il romanzo, in "La Civiltà Cattolica", 1884, anno 35, vol. 6, n. 816, p. 700. In un altro articolo (Risposta ai lodatori del merito degli scrittori malvagi, in "La Civiltà Cattolica", 1895, anno 46, vol. 1, n. 1074, p. 673) non si perdonano le critiche del "Vate d’Italia" al Manzoni, di cui, si scrive nella rivista, «il magno Carducci ne parlò con in bocca or fiele or aceto», probabilmente non ritenendo assolutorio il famoso discorso palinodico dello stesso Carducci a Lecco l’11 ottobre 1891, in cui, tra l’altro, afferma: «Nel triste decennio avanti il sessanta, …, io ebbi il torto di pigliarmela con l’opera religiosa del Manzoni. Ma ben presto mi ravvidi».
Ancora nel 1927, dopo la prima guerra mondiale, "La Civiltà Cattolica", 1927, anno 78, vol. 2, n. 1846, p. 348,  insiste nel riprendere il Carducci: «Il fiero poeta, ignaro a partito del futuro dello spirito immortale, non può pretendere d’impancarsi a pedagogo e maestro d'una rinascita e d’un’aurora che segue il tramonto del materialismo e del positivismo, dell'incredulità premiata e della morale indipendente, mentre risfavilla nel cielo della letteratura italiana l’astro manzoniano, per poco offuscato dal Carducci, e pur sempre vivido di luce perenne, placida, morale e religiosa, come perenne è la vita e la brama dell'anima umana, la quale ha nel Manzoni un'arte più nuova della carducciana, e tal maestro di alti pensieri, di fede e di virtù, da farne un pianeta Che mena dritto altrui per ogni calle».
Al Manzoni vengono rivolte critiche, in alcuni ambienti laici, per il suo patriottismo non militante, ritenendo che I Promessi Sposi «offrivano sul momento uno svantaggio nei riguardi dell’“azione”, [ponendo] una sì gran forza posta a servizio non dell’impeto passionale ma della pacata e superiore riflessione». Vedi, a tal proposito, GIOVANNI RABIZZANI, Ritratti Letterari (a cura di ACHILLE PELLIZZARI), Società Anonima Editrice Francesco Perrella, Firenze, 1921, p. 4. 
Alle irriverenti e derisorie critiche di Luigi Settembrini, che «si divertiva, come tutti sanno, a mettere in canzone i Promessi Sposi», "La Civiltà Cattolica" replica: «Eppure non può ragionevolmente dubitarsi che questi vivranno immortali soprattutto per l’inarrivabile loro verità» (Ideale e verità, in "La Civiltà Cattolica", 1882, anno 33, vol. 12, n. 778, p. 415).
[56] GIOSUÈ CARDUCCI (con note a cura di A. ALBERTAZZI), A proposito di alcuni giudizi su Alessandro Manzoni, Zanichelli, Bologna, 1912, p. 12. 
[57] Ivi, p. 10. 
[58] Il pensiero cattolico nella storia contemporanea d’Italia, in "La Civiltà Cattolica", 1887, anno 38, vol. V, n. 880, pp. 436-437. 
[59] Ivi, p. 437. 
[60] Ivi. 
[61] Ivi, p. 438.
[62] Ivi. 
[63] Ivi, p. 441. 
[64] JEAN CHARLES LEONARD SIMONDE DE SISMONDI, Histoire des républiques italiennes du moyen âge, Tome XVI, Treuttel et Wûrtz Libraires, Paris, 1826, p. 445. 
[65] Il pensiero cattolico nella storia contemporanea d’Italia, op.cit., p. 441. 
[66] Ivi. 
[67] Ivi, 442. 
[68] Rivista della Stampa - Criteri letterarii e pregiudizii non letterarrii in un libro di A. Graf profess. nell’Università di Torino, in "La Civiltà Cattolica", 1898, anno 49, vol. 2, n. 1150, p. 444. 
[69] Ivi, p. 446. 
[70] Decadenza e depravazione dell’Arte, in "La Civiltà Cattolica", 1899, anno 50, vol. VII, n. 1177, pag. 11. 
[71] Ivi, p. 18. 
[72] Nel 1929, la lettera Enciclica Divini Illius Magistri di Pio XI definisce Manzoni «mirabile scrittore quanto profondo e coscienzioso pensatore» e utilizza una significativa e non breve citazione delle Osservazioni sulla Morale Cattolica per affermare che la Chiesa «sola possiede originariamente e inammissibilmente l’intera verità morale (omnem veritatem) nella quale tutte le verità particolari sono comprese». 

mercoledì 28 ottobre 2015

L’UMANITÀ INTENSA DEL PASTORE BUONO

«E se ‘l mondo sapesse  il cor ch’elli ebbe …
assai lo loda, e più lo loderebbe»
(Pd VI, 140-142).

Più volte, e anche recentemente nella quarta domenica di Pasqua, la Chiesa, attraverso le parole del Santo Padre, ricorda ai presbiteri la necessità di ispirare sempre meglio il ministero sacerdotale all’insegnamento del Vangelo e, in particolare, all’esempio del buon pastore, di cui parla il bel capitolo 10 di Giovanni. 
A breve distanza dall’intervento di Papa Francesco, don Pierino, profondamente radicato nella roccia di Cristo, celebra felicemente il sessantacinquesimo anniversario della sua ordinazione presbiterale e, soprattutto, testimonia, con la sua luminosa missione sacerdotale, la libera e piena accettazione della volontà del Padre Celeste, cogliendo i segni dei tempi, seminando nel mondo, con trascendente tensione interiore, l’insegnamento di Cristo Maestro e della Santa Chiesa.

La paternità del buon pastore…
Il nostro don Pierino consente di toccare con mano il valore profondo e inestimabile della paternità del buon pastore, che ama, protegge, nutre e sostiene i figli, non facendo mai mancare la protezione della preghiera e l’assiduo nutrimento spirituale, ritrovando nella vocazione presbiterale la stessa sostanza, la stessa radice dell’essere padre e dell’essere pastore nel generoso impegno ad alimentare, far mangiare, pascere i figli da introdurre al mistero di Dio e da condurre e, ancor di più, accompagnare nell’itinerario mai scontato della fede. Dimostra che la vocazione presbiterale è fedeltà, è servizio alla Chiesa, curando e amando quella parte di popolo affidatagli da Dio, del quale realizza liberamente e pienamente la volontà fino al dono totale di sé. Sull’esempio di Cristo, il «pastore - come afferma il Santo Padre - è una guida premurosa che partecipa alla vita del suo gregge, non ricerca altro interesse, non ha altra ambizione che quella di guidare, nutrire, proteggere le sue pecore. E tutto questo al prezzo più alto, quello del sacrificio della propria vita». Donare la vita significa per don Pierino offrire tutto se stesso, restituire a chi incontra i doni ricevuti dal Signore, far sentire nei cuori - nella comunione e nell’unità -  la bellezza, l’amore, la vitalità, la gioia, la potente misericordia della presenza divina, che riscalda e illumina il cammino di fede.

…con la combattiva tenerezza

Don Pierino è il pastore buono, incaricato dal Signore, conosce le sue figlie e i suoi figli di una conoscenza diretta, discerne e riconosce l’identità di ciascuna e di ciascuno: una conoscenza profonda, penetrativa, generata dalla prossimità, dall’assidua custodia e dalla comunione di spirito. È il pastore buono, che dispensa la dolcezza dei suoi sentimenti, sapendo essere forte con quella con quella «combattiva tenerezza», a cui sollecita papa Francesco nell'Evangelii Gaudium.
La paternità di don Pierino, di cui «significar per verba - direbbe Dante - non si poria», nasce dall’umiltà, dalla dolcezza, dalla filiale e sempre crescente devozione a San Pio di Pietralcina, senza mai risparmiarsi, senza mai arretrare, senza mai rinunciare alla preghiera e al bene, senza mai svigorirsi per il peso degli anni, per l’inarrestabile trascorrere del tempo verso il crepuscolo del pellegrinaggio terreno.

…con la veneranda e canuta età
Infatti, si può dire, con Cicerone, che don Pierino, per la sua veneranda età, oggi, non fa le cose che fanno i giovani, «at vero multo maiora et meliora facit. Non viribus aut velocitate aut celeritate corporum res magnae geruntur, sed consilio, auctoritate, sententia; quibus non modo non orbari, sed etiam augeri senectus solet», ma molte di più e di migliori. Le cose importanti - secondo l’Arpinate - non vengono compiute con le forze, la rapidità e l’agilità del corpo, ma con il senno, l’autorità e la capacità di giudizio, di cui la vecchiaia non solo non si priva, anzi si arricchisce.  L’amore paterno del nostro don Pierino, allora, lievita, con la canuta età, ogni giorno di più e cresce con l’amore e la devozione con cui lo circondano le sue figlie e i suoi figli, sapendo amare e farsi amare, sapendo che la bontà irradia quella luce divina, che rende le creature del Signore sempre più belle.

…con la bellezza del sorriso
Don Pierino sa essere grande, sapendo mantenersi piccolo, «perché Iddio -  come scrive nella raccolta In ascolto. Un pensiero al giorno - si nasconde specialmente nelle cose piccole e umili», nella grandezza della sua fede e del suo amore, che non impone, non prevarica, non toglie, ma arricchisce, va incontro, sapendo mantenere sempre aperta la porta del cuore, con l’umanità di chi sa servire sorridendo, di chi sa conquistare con quel sorriso, che Montale definirebbe «un’acqua limpida … l’abbraccio d’un bianco cielo quieto», d’un cielo limpido, che dà il gusto del bene, gioia pura e senza tramonto. È il sorriso donato a tutti, sapendo quanto sollievo può offrire, quanto bene può fare nella sua semplicità, quanta felicità può donare, tanto che Neruda avrebbe detto, con i suoi versi, privami di tutto, «pero non me quites tu risa», ma non togliermi il tuo sorriso.

…con l’affetto dei suoi figli
Conoscendo l’affetto di tanti suoi figli spirituali, nei quali ha fatto socraticamente nascere la vocazione della vita da dedicare lietamente e interamente al servizio del Signore, tornano in mente, con un opportuno adattamento, le note e i versi di A te che sei, semplicemente sei di Jovanotti, con cui ognuno di loro potrebbe dire a don Pierino «A te che hai preso la mia vita / E ne hai fatto molto di più / A te che hai dato senso al tempo / Senza misurarlo», per il suo incarnare quella Chiesa che fa la volontà del Padre, consapevole del cammino arduo e difficile di tante donne e di tanti uomini, delle pesanti sofferenze di larga parte dell’umanità, pienamente partecipe delle pene di tutti e pronto a consolare anche con un significativo gesto di attenzione e di paterna premura.
Quante vite ha saputo far "rinascere" al servizio e all’amore di Dio, renderle più belle, facendo rispondere positivamente alla chiamata del Signore e a quel fuoco d’amore che la Madonna e San Pio sanno accendere nel cuore puro d’ogni credente!

…con la vocazione del buon maestro
Don Pierino, pastore e padre buono, con la sua profonda umanità, sa che la Parola di Dio ha una sua ontologica dimensione pedagogica. L’annuncio, sull’esempio di Gesù Maestro, è alto compito educativo per insegnare l’ascolto, la conoscenza, la comprensione, l’interiorizzazione, ma soprattutto, l’amore per la Parola, sapendo offrire la personale testimonianza con i valori della fede e con il gusto della sentita preghiera eucaristica. La missione del buon maestro trova nell’umanità del padre il suo completamento, la sua piena integrazione. Lo spagnolo Quintiliano ricorda, infatti, che «prima di tutto il maestro assuma nei confronti dei suoi allievi la disposizione d’animo di un padre» (Sumat magister ante omnia parentis erga discipulos suos animum)… e don Pierino sa essere maestro con la dolcezza e la premura del padre e padre con l’alta responsabilità dell’educatore, che vive ciò che insegna.
Nell’insegnamento di don Pierino un posto significativo viene altresì occupato dai suoi numerosi scritti, dal saggio dedicato a Padre Pio mio padre agli esercizi spirituali raccolti nel testo Saper vivere in famiglia, dai preziosi editoriali pubblicati nel mensile d’informazione "Servi della Sofferenza" agli agili volumi in cui sono raccolti i suoi pensieri, In ascolto. Un pensiero al giorno. Anche in questi ultimi, con parole semplici e immediate, propone, come opportunamente nota don Emanuele Tagliente, figlio e discepolo della prima ora di don Pierino, «una briciola della sapienza di Dio, racchiusa in poche parole».
Don Pierino sa che il buon maestro è sempre vivo e presente, sa attendere con pazienza, sa incidere nel cuore e nella vita delle persone, valorizzare la loro esistenza quotidiana, dare la speranza di quel futuro che il Padre Celeste prepara, con un linguaggio non paludato da inutili orpelli, senza alcuna sterile retorica, racchiudendo il succo saporito della saggezza evangelica anche in quel tenero abbraccio, in cui, quando ti accoglie e ti stringe, vorresti abbandonarti, senza più scioglierti.

Nella grazia di questo abbraccio, anche il Grazie al Signore per quanto don Pierino ha fatto e continuerà a fare, come buon padre e buon pastore, per continuare l’opera santificatrice di Cristo.


Pubblicato sul mensile di informazione "Servi della Sofferenza", Anno XXIV, n. 7, luglio 2015, pp. 7-9.


^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^


Mons. Pierino Galeone, a seguito della pubblicazione del numero 7 del mensile "Servi della Sofferenza", scrive, in data 2 ottobre 2015, la seguente lettera: 

Carissimo Guglielmo,
hai aperto il cielo del tuo cuore lasciando piovere abbondanti acque che non mi hanno permesso di guadare al riparo di nessuna riva tanto erano inarrestabili i tuoi pensieri e i tuoi affetti.

È stato un naufragio in un mare molto vasto per me, per cui l’annegamento è stato inevitabile.
Dall'abisso dell’amore del tuo cuore vorrei far venire a galla una sola mia parola: Guglielmo grazie!
Mi è stato dolce naufragare in questo mare.
Ad maiorem Dei gloriam.

S. Giorgio Jonico, 2 ottobre 2015
tuo sempre
Don Pierino





giovedì 12 febbraio 2015

UN'ATTESTAZIONE DI PAOLO DE STEFANO
SU "TARANTO BUONASERA"

L'amico e collega Paolo De Stefano, in un commento pubblicato nel quotidiano "Taranto Buonasera", ricordando i miei non pochi anni trascorsi al servizio della scuola di Stato, ha voluto onorare, con alcune considerazioni, la mia persona e la mia professionalità. 


mercoledì 11 febbraio 2015

XXIII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO - CONVEGNO DELLA DIOCESI DI TARANTO


Nel messaggio del Santo Padre Francesco per la XXIII giornata mondiale del malato si ricorda che «Il tempo passato accanto al malato è un tempo santo. È lode a Dio, che ci conforma all’immagine di suo Figlio», è il tempo di chi desidera vivere un nuovo umanesimo in Cristo, come ha sottolineato don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio per la pastorale della salute della Conferenza Episcopale Italiana, nel corso del convegno diocesano che si è svolto nella gremita aula liturgica della parrocchia "San Massimiliano Kolbe". Una sede scelta sia per il suo essere situata in una di quelle periferie urbane e sociali, che vanno meritando sempre più l’attenzione privilegiata della Chiesa in cammino di Papa Francesco, sia per l’umile presenza della caritatevole comunità francescana conventuale, che si va prodigando ogni giorno di più sul terreno «molto più vasto, molto più vario e pluridimensionale» della sofferenza, in un silenzioso e costante cammino verso un’umanità e una comunità più vicine al progetto di Dio.
La Giornata del Malato riporta al prezioso valore dell’Essere e dell’Esserci di chi è presente all’altro, con l’altro, condividendo il suo mondo, partecipando alla sua vita, facendosi carico dell’esistenza del prossimo che vive l’esperienza del dolore e della sofferenza, del male e della malattia, della tristezza, della delusione, dell’abbattimento, della chiusura e dell’esclusione, di un’umanità che rischia di non essere riconosciuta nella dignità della sua dimensione personale e nella reciprocità della comune fraternità cristiana.
Il relatore, presentato da mons. Filippo Urso, vicario episcopale per la pastorale del malato, ha fatto un primo riferimento alla "Salvifici Doloris", la lettera apostolica sul senso cristiano della sofferenza umana, una lettera "autobiografica", secondo l’interpretazione di molti che hanno riconosciuto nel testo il valore salvifico della personale sofferenza vissuta da Giovanni Paolo II. Un secondo riferimento è stato fatto al V convegno ecclesiale nazionale, che la CEI svolgerà a fine anno a Firenze sul tema "In Gesù Cristo il nuovo umanesimo". Riconoscibile questo nei volti concreti di bambini, anziani, di persone serene e sofferenti, di cittadini italiani e di immigrati, nei sorrisi, nelle rughe, nelle cicatrici, nello sconforto e nelle speranze, in «una realtà complessa in cui l’annuncio evangelico è lievito per un umanesimo rinnovato in Gesù Cristo».
Tra i tanti partecipanti che, in una gelida serata, hanno ascoltato le parole di don Carmine Arice è stato possibile apprezzare i volti attenti dei tanti volontari, delle suore, degli operatori della sanità, la cui quotidiana premura accanto al malato, sull’esempio del Buon Samaritano, non è da mera comparsa, ma testimonianza attiva della presenza dell’Essere di Dio e del suo Esserci con noi e con i fratelli, per la cui umanità sofferente è preziosa anche l’offerta di un piccolo gesto d’amore, di quell’inestimabile attenzione del cuore, come riconoscimento della dignità propria dell’uomo e della consapevolezza del senso della vita.
La significativa presenza e le amabili parole dell’Arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, hanno sottolineato l’importanza della pastorale della salute della Chiesa, che è con chi vive la malattia e la sofferenza, riconoscendo il valore della persona nel malato, testimoniando la presenza di Gesù, sempre chino sui dolori e sulle tribolazioni terrene, essendosi addossato le sofferenze del mondo per amore del Padre e degli uomini.
Il convegno è stato preceduto dalla Santa Messa, presieduta da don Carmine Arice e concelebrata da mons. Filippo Urso, da p. Salvatore Santomasi ofm conv, parroco di "San Massimiliano Kolbe", da don Martino Mastrovito, parroco dello "Spirito Santo" a Taranto 2, da p. Giuseppe Rolli ofm conv, da don Cosimo Lacaita, diacono nella parrocchia "Corpus Domini" del quartiere "Paolo VI".

martedì 11 novembre 2014

CONCERTO PRO TERRA SANTA
dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme

La sera dell'8 novembre 2014, nella Chiesa dedicata a San Domenico, si è svolto il "Concerto pro Terra Santa". Di seguito un personale resoconto della bella iniziativa.


   La musica al servizio della solidarietà per la Terra Santa, in quanto linguaggio profondo e misterioso, universale ed evocatore dei più nobili sentimenti.        Con i suoi ritmi e le sue melodie, la bellezza della musica, infatti, è veicolo di sentimenti positivi e può aiutare chi ha bisogno dell’amore e della carità cristiana. In tale atmosfera, si è svolta una serata di eccellenza musicale, di altissimo valore artistico e culturale nella chiesa di San Domenico con il “Concerto pro Terra Santa”, organizzato dalla Sezione di Taranto Jonio dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, presieduta dal cav. gr. cr. dott. Baldassarre Cimmarrusti, alla presenza dell’arcivescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, del vescovo di Castellaneta, mons. Claudio Maniago, del luogotenente per l’Italia Meridionale Adriatica dell’OESSG, cav. gr. cr. dott. Rocco Saltino, del prefetto della provincia di Benevento, dott.ssa Paola Galeone, e delle altre autorità civili e militari, delle dame e dei cavalieri dell’Ordine e dei numerosi invitati che hanno gremito il tempio della città vecchia.

  I maestri Giuseppe Grassi al violoncello e Paolo Cuccaro al pianoforte, docenti dell’Istituto superiore di studi musicali “G. Paisiello” di Taranto, hanno proposto, con un’interpretazione impeccabile, brani di Ludwing van Beethoven, di Robert Schumann e di Johannes Brahms, suscitando profonde risonanze nell’io più intimo di ciascuno dei presenti, che hanno espresso il loro sentito apprezzamento con scroscianti e prolungati applausi.
   Con grazia ed eleganza, la gentilissima prof.ssa Carla Cimmarrusti ha presentato gli artisti e i diversi interventi musicali, predisponendo tutti al migliore ascolto e a vivere le vibranti emozioni che solo la grande musica sa dare.
   L’arcivescovo, mons. Filippo Santoro, intervenuto a conclusione del concerto, ha espresso la sentita gioia per la bellezza della musica ascoltata e ha sottolineato le ragioni profonde della serata, con cui si richiama l’importanza del sostegno alle opere caritative in Terra Santa, molte delle quali non potrebbero esistere senza la solidarietà dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, in un momento storico particolarmente difficile in cui i cristiani sono perseguitati. «La difesa dei luoghi santi - ha concluso mons. Santoro - va fatta oggi non con la spada, ma con la fede e con la solidarietà».
   Mons. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, ha ricordato la necessità di essere schierati al fine di dar luogo in Terra Santa ad una missione di pace, di convivenza e di solidarietà, che solo i cristiani sanno proporre.

   Il luogotenente Rocco Saltino ha sottolineato il quotidiano lavoro dell’Ordine a favore della Terra Santa, con Fede e con comprovati valori sociali e morali, esprimendo un pubblico apprezzamento al preside della sezione di Taranto Jonio per il proficuo impegno nella missione dell’OESSG.

  Una pregevole ceramica con lo stemma dell’Ordine, opera dell’artista grottagliese Orazio Del Monaco, è stata consegnata, quale ringraziamento, ai virtuosi proff. Giuseppe Grassi e Paolo Cuccaro, nonché al prof. Lorenzo Fico, direttore dell’istituto superiore di studi musicali “G. Paisiello” di Taranto.
   Un commosso dott. Cimmarrusti ha ringraziato tutti, raccogliendo il sentito apprezzamento dei presenti per la bella pagina di cultura, di arte, di solidarietà e di Fede che rimarrà indelebile nella gloriosa storia tarantina dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

lunedì 10 novembre 2014

UN RITRATTO DELLA MEMORIA

ROBERTO BURANO, Vincenzo Calò, Scorpione Editrice, Taranto 2014, pp. 248. 



Nella collana "Saggi di Cultura Jonica", diretta da Paolo De Stefano e da Lucio Pierri per Scorpione Editrice di Taranto, è stato pubblicato il saggio su Vincenzo Calò (17 novembre 1861 - 28 agosto 1933).

L'impaginazione e la grafica del testo sono state curate da Antonio Caramia.

Vincenzo Calò, "clinico insigne [e] apostolo di bene", imprenditore illuminato, politico benefico, è protagonista in una Grottaglie agricola e artigianale, dove assume la presidenza del consiglio di amministrazione della scuola di ceramica, che, dopo la sua morte, sarà intitolata a lui.
Dà vita alla "Manifattura Calò", la più grande e moderna fabbrica di ceramica, assecondando la vocazione del figlio Cosimo.  Medico condotto nella città delle ceramiche, viene onorato per le sue qualità professionali da parte del consiglio comunale del 12 giugno 1922 con un voto di plauso e con un encomio solenne e, nella seduta del 17 ottobre 1922, con il conferimento di una medaglia d'oro. 
Impegnato politicamente nell'"Associazione Progressista" e poi nella "Pro Taranto", sostiene l'elezione alla Camera dei deputati dell'on. Alfonso Pignatelli e, dopo il ritiro di quest'ultimo, dell'on. Federico Di Palma. E' componente della commissione reale provinciale, consigliere di amministrazione dell'Ente autonomo acquedotto pugliese e del Consorzio provinciale antitubercolare.


INDICE
¢ ATTESTAZIONI
L’identità, la vitalità e l’anima di una comunità (Alberto Sobrero)
Una figura luminosa nella storia della nostra città (Ciro Alabrese)
Per la città della bellezza e della ceramica (Brigida Sforza)
Il valore di una testimonianza (Eligio Grimaldi)
¢ PREFAZIONE 
Un ritratto della memoria (Guglielmo Matichecchia)
¢ INTRODUZIONE
Perché una biografia (Roberto Burano)
¢ Il sogno della vita (Roberto Burano)
¢ POSTFAZIONE
Medicina, impegno civile e arte ceramica nella vita di Calò (Rosario Quaranta)
¢ APPENDICI (Roberto Burano con la collaborazione di Guglielmo Matichecchia)
I - Anima di Artista…
II - Indimenticabile benefattore di Grottaglie…
III - Tra medicina, famiglia e fede
IV - Per la morte di Vincenzo Calò
¢ INDICE ANALITICO  (a cura di Giusy Ettorre)
¢ INDICE DELLE TAVOLE (a cura di Giusy Ettorre)
¢ BIBLIOGRAFIA


PREFAZIONE

«Chi vede un fiume guarda il verso in cui scorre, 
 dove scende secondo la corrente. 
 Ma il futuro di un fiume è alla sorgente».
(Erri De Luca, E disse, 2011)



  Roberto Burano propone, tra le tante personalità che hanno onorato la città di Grottaglie, il ritratto di Vincenzo Calò, medico per antonomasia per tutti i grottagliesi del tempo e antesignano nella ricerca di più salubri tecniche e materiali da utilizzare nella lavorazione della ceramica.
   La vita di Calò viene proposta dall’Autore per una molteplicità di ragioni, occasionali e nello stesso tempo remote, da considerare nel loro insieme: la cortese sollecitazione del regista Alfredo Traversa, la vivida memoria dell’infanzia vissuta nel riconoscente ricordo proposto in famiglia del benefico medico, il ricordo di un piatto di ceramica plasmato nella propria anima. 
   C’è in Burano il sentimento profondo della grottagliesità, l’amore per la terra natia, per il suo «così dolce ostello» (Paradiso, XV, 132), per la comunità dove sono profonde le sue radici, dove c’è il «così bello viver di cittadini», dove è dovere morale e civile l’impegno a costruire una città migliore, dove i rapporti si fondano su un’umanità autentica che conserva il rispetto della parola e di una stretta di mano, dove la cittadinanza - senza campanilismi - è partecipazione, incontro, inclusione, ricerca dell’unità nella diversità, dove la cultura non è acritica e scostante erudizione, ma un bene primario per promuovere la qualità della vita di ciascuno e di tutti.
   Nella Grottaglie del 1933, in un afoso sabato di agosto, dedicato al "rito" della pietosa Santa Monica, il dott. Vincenzo Calò, il medico per eccellenza del Paese, vive l’antivigilia della sua morte. 

   Vincenzo Calò nasce nel 1861 in un’Italia risorgimentale che, tra la seconda e terza guerra d’indipendenza, ha appena proclamato la sua unità. È l’anno in cui viene introdotta la lira che nel 2002 sarà sostituita dall’euro, in cui nasce Italo Svevo e scompaiono Ippolito Nievo e Camillo Benso Conte di Cavour, in cui Abraham Lincoln viene eletto presidente degli Stati Uniti d’America. 
   Calò nasce la domenica del 17 novembre nella piccola Grottaglie, il cui circondario comprende i comuni di Monteiasi e di Montemesola; la cittadina della provincia di Terra d’Otranto conta poco più di 8.000 abitanti, ha alle sue spalle la non dimenticata «figura complessa e affascinante di D. Ciro Annicchiarico, il mitico Papa Giru», è divisa tra chi si si schiera con le nuove istanze politiche, di chiara impronta liberale e filopiemontese, e chi, in maggioranza, sente ancora l’appartenenza al vecchio regime borbonico e la devota fedeltà alla maggior parte del clero legato al potere temporale dello Stato Pontificio. Proprio, nel giorno del primo compleanno di Vincenzo, il brigante Cosimo Mazzeo, il Pizzichicchio, con la sua banda fa irruzione in Grottaglie al grido di "Viva Francesco II", depredando e compiendo qualche vendetta.

  Calò muore nel 1933 in un’Italia fascista, che ha consumato il delitto Matteotti e ha visto la scelta dell’Aventino da parte di parlamentari e partiti antifascisti. Hitler, dopo 10 anni dal fallito putsch del 1923, è cancelliere e l’anno dopo si attribuirà il titolo di Führer. Nel 1925 sono pubblicati prima il manifesto degli intellettuali fascisti firmato da Giovanni Gentile e, tra gli altri, da D’Annunzio, Salvatore Di Giacomo, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Luigi Pirandello, Giuseppe Ungaretti e poi il manifesto degli intellettuali antifascisti, firmato da Benedetto Croce, da Giovanni Amendola e, tra gli altri, da Luigi Albertini, Sibilla Aleramo, Corrado Alvaro, Piero Calamandrei, Luigi Einaudi, Giustino Fortunato, Arturo Carlo Jemolo, Attilio Momigliano, Eugenio Montale, Gaetano Salvemini e Matilde Serao. Franklin Delano Roosevel è eletto presidente degli Stati Uniti nell’anno peggiore della grande depressione, Stalin è il segretario generale del PCUS nell’URSS, Alfredo Binda e Primo Carnera esaltano l’orgoglio nazionale vincendo, il primo, il XXI giro d’Italia e, il secondo, il titolo mondiale dei pesi massimi al Madison Square Garden di New York. 
  Calò muore il lunedì del 28 agosto nella sua Grottaglie, una cittadina che fa parte della provincia di Taranto, istituita 10 anni prima, conta poco più di 15.000 abitanti, è passata dal lume a petrolio del 1861 alla luce elettrica nelle abitazioni e piange ancora i suoi 225 caduti non ritornati dal fronte della prima guerra mondiale. La cosiddetta "scuola pittorica grottagliese" vive un momento di particolare splendore artistico con Gennaro Lupo (1887-1946), Francesco Paolo D’Amicis (1889-1965), Ciro Fanigliulo (1881-1969). C’è una larga adesione al fascismo che vede in Vincenzo Calò uno dei più importanti rappresentanti insieme a Nicola Motolese-Telesio (1886-1955) e a don Giuseppe Petraroli (1874-1953) con un’opposizione che vede in Salvatore Perduno (1892-1964) il più fiero rappresentante insieme a Vincenzo Bartolomeo D’Addario (1896-1987) e a Ciro Fanigliulo che, con le sue idee socialiste, ha rifiutato l’adesione al regime che, proprio nel giugno del 1933, richiede la tessera del Pnf come requisito essenziale per poter lavorare nell’amministrazione pubblica. 

   Calò è "il" medico della Grottaglie agricola e patriarcale tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, esercitando la professione medica, al di là delle sue qualità personali, secondo l’indiscusso modello ippocratico, per il quale il paziente riconosce l’assoluta e sacrale competenza del curante, cui si concede la piena fiducia, la filiale devozione e, nella fattispecie, un transitivo consenso politico per il partito a cui il Calò appartiene, dove e per il quale ricopre molteplici incarichi di rilevante responsabilità. In questa temperie sociale e culturale, a proposito della professione del Calò, si parla di taumaturgia, nonché di apostolato, sia da parte dell’osannante opinione popolare, sia da parte del consiglio comunale che, in due diverse sedute, apprezza l’opera del medico, al quale ufficialmente conferisce una medaglia d’oro (donata nel 1936[1] dalla moglie allo Stato in occasione della campagna dell’“Oro alla Patria”, promossa dal Fascismo a seguito delle sanzioni, decise dalla Società delle Nazioni nei riguardi dell’Italia, condannata per la guerra coloniale di Etiopia) e "un solenne voto di plauso".

  Vincenzo Calò ha sempre accanto sua moglie Checchina, nata Parabita, fattivamente presente nella vita sociale di Grottaglie[2] per tenere alto il buon nome del coniuge e della famiglia. È una donna che sa meritare rispetto e stima nella comunità locale, nonostante i tempi in cui le donne sono escluse dalla vita politica e hanno diritto all’elettorato attivo e passivo solo nei consigli di amministrazione delle istituzioni di beneficienza[3]. 

   Burano si propone di scrivere - parafrasando Plutarco nel famoso inizio della Vita di Alessandro - non la mera storia (ίστορία), ma la vita (βίος) di Calò, non come una pura e semplice epitomazione di testi preesistenti, ma privilegiando, attraverso una ricerca particolarmente originale, i momenti significativi e "i segni dell’anima" per dare rilievo, senza intenti meramente encomiastici, alla figura del medico grottagliese, che lascia un’incancellabile traccia nella Grottaglie del tempo.

  Non si tratta di un’agiografia per santificare ed esaltare miticamente e misticamente il Calò, né di un panegirico con cui esaltare i meriti di questi con lodi esagerate e con un tono ampolloso. Certamente i discorsi celebrativi pronunziati ai funerali di Vincenzo Calò riflettono, al di là dei suoi meriti, il clima culturale del tempo. Basterà, a tal proposito, rileggere gli interventi solenni di Gaetano Orlando, podestà di Grottaglie, di Giuseppe Turi, preside dell’Amministrazione provinciale di Taranto, di don Giuseppe Petraroli e di Milziade Magnini, segretario federale del P.N.F. per la provincia jonica, improntati ai meriti di Vincenzo Calò e, nello stesso tempo, alla retorica fascista che incentiva il sentimento e l’amor patrio con l’eroica figura del buon italiano che sa imporsi, per requisiti di forza, intelligenza e carattere, all’ammirata attenzione popolare.

  Scrivere una biografia  significa superare gli eccessi di uno storicismo di impronta idealista o marxista, che pone l’attenzione ai grandi processi più che agli agenti storici, agli uomini e alle loro motivazioni. Burano propone la biografia di Vincenzo Calò con la consapevolezza della scelta di un genere letterario che, con un pizzico di fantasia, recupera l’immagine del medico grottagliese, con una ricerca, una selezione di materiali all’interno di una più vasta documentazione, con una riflessione sul contesto del tempo, in una sintesi suggestiva anche per la qualità della trama e della scrittura.

  Il rapporto tra il tempo della storia e quello del racconto rivela il ritmo veloce della narrazione che racchiude - nelle due ultime giornate terrene di Calò, dall’afosa mattina di sabato 26 agosto al mattino del lunedì 28 agosto - tutta la vita del medico grottagliese. Nel processo narrativo prescelto, Burano risolve le distanze temporali con l’analessi (ανάληψις) per rendere ordinata la narrazione della vita del Calò nei suoi momenti significativi.
  L’uso dell’analessi è frequente nei testi narrativi sin dall’antichità e già Omero ne offre alcuni esempi, tra i quali è celebre quello in cui Ulisse, nei canti dal IX al XII dell’Odissea, racconta gli avvenimenti che precedono il suo arrivo alla corte dei Feaci; consente l’introduzione, all’interno del racconto, di blocchi narrativi riferiti a eventi trascorsi, utili per dare al lettore informazioni per comprendere lo svolgimento della trama. Anche nella narrazione cinematografica si usa spesso l’analessi con la tecnica del flashback, con cui si interrompe la trama del racconto per inserire uno o più episodi anteriori.
  L’analessi è resa possibile da Burano con il sogno che Omero avrebbe fatto uscire non dalla porta d’avorio da dove escono i sogni fallaci e vani, ma da quella di «polito corno», perché «fuor del trasparente Corno irrompono i veri» (Odissea, libro XIX). Sì, perché attraverso i sogni Burano racconta la verità della vita di Calò, pur accompagnata da una lieve aurea di poesia. «I sogni - diceva Ralph Waldo Emerson - hanno un contenuto di integrità poetica e di verità» e, nella vita di Calò, il nostro Autore sa sapientemente dosare i due contenuti con risultati particolarmente apprezzabili. Alla fine del racconto, Calò non è più quello che era prima e lo stesso Burano è trasformato nel suo incontro con il medico grottagliese. Il sogno consente di mostrare il Calò per quello che è, spogliando il suo io da ogni orpello e da ogni involucro artificiale. 

  La scelta del sogno per raccontare la vita del Calò può avere le sue ragioni anche nella stessa fede che lega diacronicamente il medico grottagliese e Roberto Burano. Nei sogni di chi sta vivendo il passaggio all’eternità, infatti, si ascolta la parola di Dio che «Parla nel sogno, visione notturna, / quando cade il sopore sugli uomini /e si addormentano sul loro giaciglio; / … quando … la sua vita [si avvicina] alla dimora dei morti» (Giobbe, XXXIII, 15,17,22).
Non sono, pertanto, sogni irreali, fuligginosi, ma vividi, veritieri, con cui Burano ricrea e fa rivivere momenti del cammino terreno del Calò. Si tratta di sei sogni, nei quali questi ritrova l’immagine (εἴδωλον) delle persone care che, al di là dei suoi familiari, hanno segnato la sua vita di multiforme ingegno.

 Nel primo sogno - attraverso il quale Burano presenta il Calò medico - c’è l’incontro con Ignazio Carrieri, illustre collega, ma anche letterato e giornalista grottagliese, scomparso il 2 gennaio del 1926, con cui «erano stati acerrimi avversari, tanto da creare in Grottaglie - come racconta Burano - due opposte fazioni: "la cricca" e "la montagna"», con il quale si era rappacificato nella comune riprovazione di una deliberazione del consiglio comunale che stabiliva «una sostanziosa riduzione dei loro stipendi». Nella passeggiata con Carrieri si discute amabilmente e si raggiunge l’abitazione di «Elisabetta D'Amicis, soprannominata "Bbetta la pricamòrta", in quanto figlia del primo necroforo del cimitero di Grottaglie, che era andata loro incontro» esortandoli «ad aumentare l'andatura perché suo padre era già andato al Cimitero e li stava aspettando».

  Nel secondo sogno - nel quale viene presentato il Calò nella sua vita di credente - c’è l’incontro con il p. barnabita Giovanni Semerìa, «suo tenero amico», oratore e scrittore di chiara fama, fondatore dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno (per gli orfani), considerato "Servo di Dio" dalla Chiesa, scomparso qualche anno prima, precisamente nel 15 marzo del 1931. Di p. Semerìa l’enciclopedia Treccani traccia un breve e significativo profilo e Carlo Bo scrive, in un articolo su "Il Corriere della sera" del 28 luglio 1967, che «potrebbe essere tenuto come un esempio, se la memoria degli uomini non fosse fatta di vento e di polvere». Padre Semerìa conosce Grottaglie e conosce Vincenzo Calò, al quale, nell’abbandono onirico, si presenta per consolarlo, stringerlo tra le sue braccia e benedirlo.

  Nel terzo sogno - nel quale si coglie la profonda devozione per San Francesco de Geronimo, l’amato Santo grottagliese - appare il volto del gesuita Felice Tanzarella con il quale Calò si era adoperato per un ritorno della Compagnia di Gesù nella cittadina dei figuli, da dove erano stati allontanati, e con il quale condivide la venerazione per Francesco de Geronimo, le cui reliquie saranno traslate nel 1946 nel santuario iniziato a costruire nel 1830. Insieme a p. Felice Tanzarella, Calò rivede i volti del canonico don Vincenzo Verga, del canonico don Pasquale Marinaro, del fratello Giuseppe Lenti, sagrestano della chiesa di San Francesco de Geronimo, di don Vito Nicola Mummolo e della sua giovane moglie, donna Beatrice Traversa, «persone a lui care che si erano tutte impegnate per il mantenimento e la diffusione del culto del santo».

  Nel quarto sogno - nel quale si presenta il Calò della vita civile, del cittadino appartenente alla facoltosa borghesia locale, dalle doti di innovatore come imprenditore, costruttore, politico, soprattutto grottagliese profondamente innamorato della sua comunità. Il morente rivede la fabbrica di ceramiche "Manifattura Calò", nata «dal suo amore per l'argilla e dalla volontà di favorire la passione giovanile del figlio per la ceramica», costruita «in un’area retrostante la sua prestigiosa villa "Labor", in grandi locali pieni di luce e di aria, completamente diversi dalle altre botteghe grottagliesi ove si lavorava l'argilla», con «una grandissima sala che aveva adibito ad esposizione permanente». Qui incontra «il suo fidato torniante, il maestro ceramista Oronzo Mastro intento al suo lavoro» e vede il parlamentare grottagliese Federico Di Palma, considerato un figlio adottivo, a cui «era stato sempre vicino e lo aveva sostenuto anche economicamente» e per il quale, in campagna elettorale, aveva organizzato un «sontuoso banchetto» con i notabili di Grottaglie e della vicina Taranto, tra i quali l’on. Nicola Lo Re, l’archeologo Luigi Viola (protagonista del romanzo Pater di Cesare Giulio Viola), il rag. Luigi Candida De Matteo, il farmacista Ciro Ragusa, l’avv. Pietro Pupino Carbonelli, il prof. Nicola D’Ammacco. 

  Nel quinto sogno - nel quale si coniuga in Calò l’amore per l’arte e la scienza - incontra il p. cappuccino Francesco Rosati, esperto in ceramica, fisica e meccanica, uomo di grande ingegno che «ideò, costruì - come ricorda Silvano Trevisani in Grottaglie. Uomini illustri, di cui è coautore con Rosario Quaranta - il primo mulino a ruote dentate per macinare l’argilla». Calò e p. Rosati parlano della "Manifattura Calò", di nuove macchine e di nuovi progetti insieme ai tre fratelli del religioso, Lorenzo, Ciro e Giuseppe, «figuli di grande valore». Qui c’è il ritratto del Calò particolarmente attento alle innovazioni, ai progressi della tecnica, al passaggio dalla lavorazione meramente manuale a quella meccanizzata.

  Nell’ultimo e brevissimo sogno c’è l’incontro con i genitori Francesco e Carmela, che si avvicinano al suo letto per accarezzare dolcemente il figlio, che si preparano ad accogliere nell’abbraccio dell’eternità. Un incontro - per Roberto Burano - con cui Vincenzino, come lo chiamavano i genitori, ritorna all’origine della sua vita, per un nuovo parto, per rinascere insieme a loro. 

  Attraverso i sogni, Calò rivisita momenti topici del proprio cammino. Sogni e vita come dimensioni esistenziali, perché senza sogno il sonno sarebbe solo un pallido riflesso di morte, come pagine di uno stesso libro - secondo Schopenhauer - da leggere e sfogliare e che Roberto Burano ripresenta attraverso una curata edizione biografica, avendo il singolare merito di usare le parole come pennellate per dipingere un bel ritratto, dove si può apprezzare, in primo piano, la figura di Vincenzo Calò e, sullo sfondo, la Grottaglie e la società del tempo, sapendo coniugare la storia locale in un ambito di storia generale, aprendo un percorso di ricerca e di approfondimento che si spera possa continuare per scrivere e narrare la Storia attraverso le storie, in grado di valorizzare un tempo e un territorio, il cui futuro ha un cuore e una memoria antica. 

------------------------------------------------------------------------------------------

[1] Significativa offerta a Grottaglie, in “Voce del Popolo”, 25 gennaio 1936, anno 53°, n. 4. 
GROTTAGLIE, 21. La nobildonna Checchina Parabita - vedova del gr. uff. dott. Vincenzo Calò - ha dato alla Patria la medaglia offerta dal Comune all’illustre scomparso nel 38. anno di apostolato medico. La famiglia del venerato dott. Calò custodiva gelosamente la magnifica medaglia che ricordava la gratitudine del popolo per il suo sublime benefattore. La gentile e generosa signora ha offerto ancora il medagliere della propria fabbrica di ceramica, diretta dal figliolo rag. cav. Cosimo, Segretario del Fascio di Combattimento. 

[2] Nell’Asilo Infantile di Grottaglie, in “L’Ora Nuova”, 24 giugno 1926, anno VIII, n. 24. 
Si riporta la cronaca dell’elezione di donna Checchina Calò a presidente del Comitato di patronesse dell’asilo infantile delle suore stimmatine: 
Ad invito del benemerito Presidente avv. Samuele Cantore, nei locali dell’Asilo Infantile amorosamente diretto dalle Suore Stimmatine, il 6 giugno convennero tutte le più elette signore di Grottaglie, per studiare ogni mezzo onde migliorare le sorti della benefica istituzione ed aprirne le porte ad un più vasto numero di fanciulli. Seduta stante fu nominato un Comitato di patronesse con obblighi assistenziali e igienico-sanitari. Il Comitato riuscì così formato: sig.ra Paolina Annicchiarico, sig.na prof. Anna Caggiano, sig.ra Checchina Calò, sig.ra Vincenzina Cantore, sig.ra Luisa Cometa, sig.ra Maria Carrieri, sig.ne Lucia e Clara De Rossi, sig.ra Giuseppina Fornari, sig.ra Bice Gemmato, sig.ra Gemma Gemmato, sig.ra Camilla Grottoli, sig.na Ester Lasorte, sig.ne Emilia e Maria Marinaro, sig.na Lina Mastropaolo, sig.ra Motolese Grazia, sig.ra Giovannina Motolese, sig.ra Lucia Motolese, sig.ra Chiarina Orlando, sig.ra Lina Perrucci, sig.ra Giuseppina Scardino, sig.ra Venanzia Tuzzi, sig.ne Lellè e Menuccia Tuzzi. Per incarico avuto dal suddetto Comitato la prof. Anna Caggiano, Direttrice didattica di queste scuole, compilò lo Statuto del Comitato stesso. Detto Statuto fu approvato ad unanimità nella riunione del 17 corrente e si procedè subito all’elezione delle cariche. Il Consiglio Direttivo fu così costituito: Sig.ra Checchina Calò - Presidente / Sig.ra Camilla Grottoli – Vice Pres. / Sig.ra Lina Mastropaolo – Segretaria / Vincenzina Cantore – Cassiera / Sig.ra Chiarina Orlando – Consigliera. Tutte le suddette signore sono già al loro e la cittadinanza segue con simpatia la loro opera da cui tutti si ripromettono vantaggi veri e duraturi per l’infanzia in genere e per quella povera e bisognosa in ispecie. 

Una inaugurazione a Grottaglie, in “La Voce del Popolo”, 8 febbraio 1930, anno 47°, n. 6. 
Si dà rilievo alla partecipazione della sig.ra Checchina, in qualità di madrina, all’apertura del Caffè Centrale in piazza Regina Margherita: 
GROTTAGLIE 4 (Vice). Con imponenza fastosa si svolse in Grottaglie, la sera del 29 u.s., la inaugurazione del nuovo ed elegantissimo Caffè Centrale di proprietà dell’egregio Cav. Filippo Dello Iacovo. Alle ore 18 del detto giorno, ad un tratto la nostra Piazza Regina Margherita viene inondata da un bagliore di luci. Il gran Caffè Centrale apre per la prima volta le sue vetrine e le sue porte ed accoglie eleganti signore, signorine, gentiluomini, professionisti, ufficiali. Il Cav. Dello Iacovo e la sua gentile e distinta signora Donna Maria, ricevono gli invitati con amabile cortesia. Il locale, pieno di signorilità, decorato di specchi ed altri ornamenti, presenta un magnifico colpo d’occhio, una visione di bellezza, un quadro di splendore, di ricchezza, di sfarzo. Esso è reso più suggestivo per effetto della superba illuminazione tecnica. L’impianto relativo è una vera meraviglia, fattura pregevolissima ed artistica del bravissimo elettricista sig. Eligio Formuso. Dopo la funzione del battesimo, la cui madrina è la nobile signora Donna Checchina Calò e padrino il nostro Podestà Cav. Dottor Gaetano Orlando, si stura lo champagne e si inneggia con entusiasmo alle fortune e all’avvenire del nuovo Caffè, mentre una musica armoniosa di piano e di violini avvince i cuori e li commuove. A tutti vengono offerti rinfreschi, paste, liquori a profusione. Giungano da queste colonne al sig. Cav. Dello Iacovo, tutti i nostri rallegramenti e i più fervidi voti augurali. 

Per un battesimo, in “La Voce del Popolo”, 19 aprile 1924, anno 41°, n. 17. 
Si presenta, nella cronaca della provincia, un significativo spaccato della vita sociale della Grottaglie del tempo: 
Nell’ampio e ricco palazzo dei signori Nicola e Bernardino Motolese del fu cav. Ciro, la sera del 10 corr. si è svolta signorilmente la religiosa funzione del battesimo del piccolo Ciro Pasquale Motolese di Nicola. Uno stuolo di eletti invitati assistette con rispettoso silenzio al cerimoniale eseguito dall’Arciprete sac. Quaranta, coadiuvato sal sac. Ciro Raffaele D’Elia. Dopo la cerimonia vi furono distribuite a profusione paste, liquori ed altro tra gli auguri più cordiali alla simpatica coppia signori Nicola e Giovannina Motolese. Si abbia pertanto anche le nostre più vive felicitazioni, improntate alla più sincera cordialità. Intervennero i Commendatori Grandi ufficiali Dott. Calò e Carrieri, l’Avv. Giudice De Mitri, i dottori Giuseppe e Gaetano Orlando, il cav. Ufficiale Pignatelli Francesco, avv. Donato Traversa, avv. Nicola Motolese, l’avv. Domenico Manigrasso, l’avv. Tuzzi, l’avv. cav. Giuseppe Marinaro, il ricevitore del Registro Cavallo Raffaele, il cancelliere Cardiota, il cav. Prof. Peluso, il prof. Carrieri Pompeo, il prof. Francesco Basile, il rag. Calò, il rag. Orlando, l’ing. Casavola Giuseppe, il geom. Michele Delfino, Fornari Cataldo, Umberto Basile, Vittorio Leage, Scardaccione Domenico, il Capo Stazione Spagnuolo Pietro ed il Comandante l’Areoscafo sig. Pappalardo, nonché l’avv. De Rossi, Cantore Giuseppe, Lasorte Nicola, avv. Traversa Raffaele, Pasquale Orlando, Giacomo Polignano ed altri di cui mi sfuggono i nomi. Non mancò la gaia nota del gentil sesso e tra le invitate notammo la signora Pignatelli e signorine Caroli, signore Pappalardo, Gemmato, Polignano, Tuzzi, Grottoli, Spagnuolo, De Mitri Cardiota, Cavallo nata Franco, vedova Lasorte e signorina Ester. Le signorine Gemmato, Caroli, Polignano, Marinaro, Ottano, Tuzzi, Basile, Miale ed altre allietarono la festa con qualche danza e con squisita musica. 

[3] Il diritto al voto viene riconosciuto alle donne sole per le elezioni amministrative con legge 22 novembre 1925, n. 2125 “Ammissione delle donne all’elettorato amministrativo” (Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 9 dicembre 1925, n. 285). Di fatto il diritto al voto viene negato con la Legge 4 febbraio 1926, n. 237 “Istituzione del Podestà e della Consulta municipale nei comuni con popolazione non eccedente i 5000 abitanti” (Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 40 del 18 febbraio 1926), che istituisce la figura del podestà di nomina regia nei comuni con meno di 5.000 abitanti, assistito, ove il Prefetto lo ritenga possibile, da una consulta municipale. Subito dopo, con Regio Decreto Legge 3 settembre 1926, n. 1910 “Estensione dell’ordinamento podestarile a tutti i comuni del Regno” (Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 19 novembre 1926, n. 267) la carica podestarile viene estesa a tutti i comuni d’Italia. 

venerdì 18 aprile 2014

Ciro De Roma, un amico del "Moscati" 
Un grottagliese innamorato della sua città
Un ricordo del caro Ciro De Roma, pubblicato nel n. 10 di Kriptaliae, annuario del liceo statale "Moscati" di Grottaglie.






«Quando vi separate dall'amico, non rattristatevi: 
la sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate,
 come allo scalatore la montagna appare più chiara dalla pianura»

(Kahlil Gibran)




Incontrare e conoscere Ciro De Roma è stato un piacere per la immediata simpatia, per il garbo dei modi, per la signorilità dello stile che avrebbe fatto dire ancora a Francesco De Sanctis che «di galantuomini come lui ormai se ne è perso lo stampo», per la cura e il cuore sempre presenti nelle sue molteplici attività, per la disponibilità verso il prossimo, per l'amore verso la comunità, la sua materna Grottaglie,  di cui si sentiva "testimone attento e leale", della quale cercava infaticabilmente "l'anima sua del tempo andato, lo spirito libero e coeso intorno al campanile suo" e per cui coltivava "la speranza di vedere, sull'orizzonte  ..., la luce di un giorno migliore", con una dignitosa qualità della vita, con uno sviluppo illuminato da "cultura,  tolleranza, amore per il prossimo, che purtroppo non vengono direttamente dal benessere materiale, ma da una concezione superiore  dell’uomo nel mondo".


Ciro De Roma aveva una particolare vicinanza al mondo della scuola e a quello dei giovani. Era sempre presente in tutte le iniziative che il liceo apre alla partecipazione della comunità locale, perché condivideva la positiva azione della scuola per migliorare la sua Grottaglie, perché vedeva nei giovani i protagonisti attivi cui affidare il testimone della storia ("C’è sempre  la speranza che  voi giovani possiate portare una ventata di civile progresso al Paese senza strappare le nostre radici"), perché aveva una cultura solida, profonda, aperta al confronto e al permanente progredire.   
Era ed è bello leggere e rileggere i testi di Ciro De Roma, le poesie, le biografie, le memorie personali, in cui apprezzare la ricchezza e la bellezza dei contenuti, delle emozioni, dei ricordi, delle riflessioni proposte e, soprattutto, la cura della forma sempre chiara e incisiva, corretta ed efficace, senza orpelli e inutili artifici.  
Di Ciro De Roma rimane l'incancellabile ricordo per i suoi scritti, per Grottaglie mia, per le belle pagine pubblicate su "Via Crispi", prezioso periodico locale d'informazione, attualità e cultura, per il suo generoso impegno culturale e civile. Chi vorrà conoscere da vicino Grottaglie, nella sua anima, nelle sue vicende del XX secolo non potrà prescindere dalle memorie di Ciro De Roma, da Grottaglie Mia, con cui si consegna alla storia della città delle ceramiche, restando vivo oltre gli anni della sua vita terrena.

"Quante cose ancora devono insegnare all'uomo queste nostre amiche api ..." scrive Ciro De Roma nel suo ultimo saggio e qui è bello cogliere qualche riferimento alla sua visione del mondo, alla sua Weltanschauung. Egli crede nell'uomo che deve sempre imparare, nel bene che si apprende "ancora", non una volta per tutte; è convinto che senza insegnamento e senza apprendimento non c'è vita, che si può imparare il bene anche da chi è più piccolo come un insetto, da chi è diverso come un'ape; sa che l'uomo deve aver cura dell'ambiente, della natura, del Creato, che l'amicizia, avendo la stessa radice della parola amore, è una dimensione della fraternità, una virtù e un valore naturale per il cuore dell'uomo.
Il dott. De Roma, come veniva chiamato nel rispetto della sua stimata professione medica, ha avuto la cultura del dono e il dono della cultura, come bene da costruire, disporre non per sé, ma per essere umanamente in sintonia con gli altri.
Quante suggestioni, quanti spunti per riflettere, per pensare, per imparare dagli scritti di Ciro De Roma!
"Quando spariranno le api all'umanità resteranno quattro anni di vita", ma Ciro De Roma sa che le piccole e industriose api non spariranno mai se i giovani, quelli di Grottaglie in particolare, accoglieranno l'appello rivolto in un indimenticabile  incontro con gli studenti al liceo Moscati: "Fateci sognare. Volate alto. Girate il mondo. Fate esperienze. Però non dimenticate il nostro vecchio cuore, radicato in questa nostra terra, che vi attende perché portiate qui un po’ della vostra genialità".