martedì 23 febbraio 2021

NELLA STORIA DEL FASCISMO. DOMENICO MASTRONUZZI E GLI ANNI DEL FASCISMO TARANTINO - LE RECENSIONI SULLA STAMPA




























Il regime a Taranto e il delitto Mastronuzzi

Mario Guadagnolo
Saggista e già sindaco di Taranto

“Nella storia del regime. Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino” edito da Scorpione è l’ultima fatica di Guglielmo Matichecchia che con questo libro colma una lacuna negli studi sul fascismo tarantino e lo fa da par suo attraverso una importante e copiosa documentazione che racconta in maniera esaustiva come andò quella vicenda. E Matichecchia lo fa non solo da storico consumato qual è (ricordo solo il suo bel testo su Federico Di Palma edito anch’esso da Scorpione) ma anche in maniera originale poiché non si limita al racconto puro e semplice, ancorché documentato, del fatto ma inserisce l’episodio nel più vasto racconto del fascismo nazionale e di quello locale attraverso un percorso originale nel quale avvenimenti nazionali e locali si intrecciano e si ripropongo continuamente. Per questo il libro di Matichecchia non è solo un testo sull’assassinio di un giovane fascista tarantino ma è tout court un affresco di gran pregio sul fascismo nazionale e tarantino raccontato attraverso una prosa che non ha nulla di accademico e che, anzi, risulta talmente accattivante tanto da tenere alta l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina. Cosa rara e davvero insolita per un libro di storia.
Quello di Matichecchia è un percorso a zig zag nel tempo o meglio una sorta di stop and go poiché entra subito in medias res con il racconto dell’episodio Mastronuzzi ma poi torna indietro per raccontare come nasce e come si evolve il primo fascio tarantino e quello nazionale dai suoi inizi con la marcia su Roma fino alla disfatta del ’44. Quello di Matichecchia non è il tono di un noioso accademico ma il suo testo sembra scritto da un documentarista che propone un docufilm nel quale sullo schermo sfilano i protagonisti e i testimoni che sono la stampa locale e nazionale dell’epoca e gli stessi testimoni presenti al fatto. Matichecchia sull’episodio Mastronuzzi riporta ovviamente le testimonianze dei capi del fascio tarantino, come quella di Nicola De Benedictis, e di personaggi minori come quella di Gino Tarantino che è la più emblematica del clima e della cultura in cui maturò quell’evento.
Tarantino è uno dei partecipanti alla spedizione per Crispiano presente anch’egli al fatto ed era proprio a fianco di Mastronuzzi quando questi fu colpito. La testimonianza di Tarantino è la più efficace a rappresentare quel clima perché è intrisa della retorica tutta fascista della bella morte necessaria per creare il mito dell’eroe e martire. Racconta Tarantino di un giovane Mastronuzzi che urla “Sono ferito…sono ferito…Il secco crepito delle armi assassine non cessava; ma non poteva distoglierci: con amorosa cura recammo il compagno sul ponte di pietra. Dalle labbra esangui non sfuggiva un grido, né un lamento, il volto infantile del pallido chiarore, senza una contrazione dolorosa, era bello. Bello sublime come solo si può essere nell’attimo del martirio glorioso. Sembrava pallido eroe giovanetto delle mille leggende italiche”. È il mito della bella morte dannunziana che i fascisti fanno proprio, quello evocato dal Divino quando commemorando la partenza dei Mille dallo scoglio di Quarto aveva evocato gli eroi ateniesi di Maratona e Micale parlando di “nuda devozione alla morte”. È il mito della retorica tutta fascista del “kalos kai agatos”: bellezza, giovinezza, virilità, che consegnano all’eternità, alla gloria, alla conservazione della memoria. È il mito di Achille di una vita breve segnata dalla gloria di una morte prematura sul campo di battaglia. Il corpo di Mastronuzzi è bello perché ha fatto una bella morte in nome di ideali fascisti che lo hanno portato al sacrificio di sé. In verità il povero Mastronuzzi non era nulla di tutto questo poiché certamente non voleva né cercava la morte. Su questo Matichecchia dice una cosa vera laddove a pag. 22 esprime la considerazione che il giovane Mastronuzzi, pur appartenendo a quella generazione di arditismo turbolenta e irrequieta sfiorata dalla guerra, “Non ha alcunchè che ne possa fare volutamente un eroe, un martire. Una pallottola verso un insieme di squadristi non indirizzata specificatamente a Mastronuzzi lo uccide casualmente”.
E a sostegno di questa sua convinzione che Mastronuzzi in realtà è un eroe per caso, un martire suo malgrado o come si direbbe oggi un eroe a sua insaputa, Matichecchia chiama a conforto il Mario Isnenghi del “Tragico controvoglia” nel quale Isnenghi riferendosi ai fatti tarantini dell’8 maggio del ‘21 parla di “chi, con tale morte viene sottratto all’indistinto, diviene riconoscibile con un volto, una figura e un significato meritevole di onori e di una memoria perdurante nel tempo”. Il “tragico controvoglia” appunto di chi “senza volontà e meriti personali è costretto a recitare la parte del “martire della rivoluzione fascista…. dell’eroico fascista, del possibile modello di giovane eroe in camicia nera”. “Insomma - conclude Matichecchia - la morte lacrimata e sacra di Mastronuzzi serve per legittimare e rendere credibile la violenza squadrista del fascismo”.
I funerali di Mastronuzzi sono degni di un eroe. La salma del giovane, avvolta nel tricolore, è esposta ai visitatori nella sala mortuaria dell’ospedale civile, la città viene tappezzata di manifesti listati a lutto fatti affiggere dalle organizzazioni fasciste e dal Sindaco Pasquale Delli Ponti, il gonfalone del Comune con le guardie municipali in grande uniforme, l’arcivescovo mons. Mazzella che benedice solennemente la salma, la bara portata a spalla dai camerati con la banda cittadina che percorre le vie del Borgo con vessilli, gagliardetti e tricolori con lo stemma sabaudo, chiusura delle saracinesche dei negozi, bandiere italiane abbrunate sui balconi e pioggia di fiori al passaggio del feretro, la sosta in piazza Archita con l’elogio funebre dell’avv. Luigi Perrone, dell’avv. Pasquale Imperatrice, dell’on. Francesco Troilo e di altri illustri personaggi.
La stampa dell’epoca, locale e nazionale, riferisce che ci fu “una grande partecipazione di popolo”. Nel processo che si tiene subito dopo la magistratura sposa la tesi della responsabilità dei comunisti nella morte del giovane Mastronuzzi e condanna Francesco Caricato, Antonio Cosa, Giovanni Cosa, Pietro Paolo Cosa, Stefano Di Maso, Giacomo Latanza e Giuseppe Lombardi tutti comunisti a 10 anni, 9 mesi e tre giorni di reclusione, due anni di sorveglianza e interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il 20 giugno 1921 il Consiglio comunale sancirà in una delibera la versione ufficiale della magistratura “il giorno 8 maggio u.s. lo studente fascista Domenico Mastronuzzi venne barbaramente ucciso da sicari comunisti”. Successivamente lo stesso Consiglio comunale deciderà di intitolare l’attuale piazza Archita a Domenico Mastronuzzi.
Negli anni successivi per tutta la durata del regime l’8 maggio di ogni anno si svolgeranno le celebrazioni in ricordo del “giovane studente fascista Domenico Mastronuzzi barbaramente ucciso da sicari comunisti”. Fin qui la vicenda Mastronuzzi. Ma ecco che col secondo capitolo Matichecchia dà luogo al primo degli stop and go di cui parlavo prima. Facendo un passo indietro, l’autore racconta la Taranto prefascista e ricostruisce minuziosamente il clima di tensione, gli scontri con i rossi, i fatti del ’19-21 legati alla crisi economica e sociale che risente della crisi post-bellica, la complicità e l’accondiscendenza delle classi borghesi e dello Stato fino all’imporsi anche a Taranto del regime. A Taranto, a differenza di quanto accade a livello nazionale, il fascismo atterra senza particolari traumi anzi accompagnato da manifestazioni di consenso (anche della Chiesa) che permettono il passaggio dal vecchio al nuovo sistema in maniera indolore. Il 20 novembre 1920 viene eletto Sindaco Pasquale Delli Ponti esponente della vecchia classe dirigente cittadina liberale che governerà fino al 18 ottobre del 22 quando cederà il suo scranno al sindaco Giovanni Spartera il quale, ripescato dal regime, sarà nominato primo podestà di Taranto dell’era fascista. Anche a Taranto quindi come nelle altre parti d’Italia il fascismo si afferma attraverso il consenso della piccola e media borghesia impiegatizia e delle professioni, di militari, reduci, ex arditi fiumani e con la tacita complicità delle autorità di polizia che chiudono volentieri un occhio sulle imprese dei fascisti locali contro le sedi dei partiti della sinistra.
Lo stop and go continua riprendendo, dopo la narrazione dei fatti tarantini, quella dei fatti nazionali, l’avventura di Fiume e i suoi legami con l’arditismo tarantino del quale sono partecipi lo stesso Mastronuzzi, Nicola De Benedictis, Augusto Bassi, Giuseppe Borsari e tanti altri che Matichecchia elenca puntualmente, la marcia su Roma, le elezioni amministrative del 1920 a Taranto e l’affermazione del Fascio costituzionale in cui confluiscono la Pro Taranto e la Democratica dei soliti noti che da esponenti della vecchia classe liberale si apprestano a diventare trasformisticamente esponenti del nuovo regime, l’affermarsi a livello nazionale del nuovo regime con Mussolini al governo del Paese, l’impero, fino al baratro della guerra e al crollo finale.
Ma questa è un’altra storia, quella triste di un regime che ha portato l’Italia al disastro della guerra e alle migliaia e migliaia di italiani morti sui campi di battaglia in Africa e in Russia che probabilmente non sapevano neanche perché si travasassero in quei luoghi.

Mario Guadagnolo, Il regime a Taranto e il delitto Mastronuzzi, in “Taranto Buonasera”, Anno XXIX, 14 luglio 2021, n. 133, p. 18.



Matichecchia e gli anni del fascismo tarantino

Rosario Quaranta
Storico


Segnaliamo con piacere l’ultima fatica di Guglielmo Matichecchia, giornalista pubblicista, socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia - sezione di Taranto e già benemerito dirigente scolastico: “Nella Storia del regime. Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino”, edito da Scorpione editrice di Taranto.
L’autore ha già avuto modo di presentarsi all’attenzione degli studiosi e del pubblico con un corposo saggio sulla vita socio-politica e culturale tarantina degli anni fervidi tra Otto e Novecento che videro tra i protagonisti più attivi il parlamentare Federico Di Palma cui è dedicata una delle vie principali della città ionica. Ora, quasi a voler riprendere il discorso troncato a seguito di quella immatura morte (1916), egli punta la sua attenzione, con la medesima passione e competenza, alla Taranto degli anni che seguirono e cioè agli anni del periodo fascista. E lo fa partendo da un episodio violento, maturato nel difficilissimo clima che ai primordi di quella esperienza si era creato in città, tra fautori e oppositori della nuova stagione politica; ossia l’uccisione per un colpo di arma da fuoco, venuto da parte avversa in modalità non del tutto chiarite, di Domenico Mastronuzzi (8 maggio 1921), giovanissimo e ardentissimo Propugnatore del Fascismo.
Un episodio che non solo porterà nella città un clima di violenze e di terrore, ma che verrà accortamente strumentalizzato, mitizzato e veicolato anche al di fuori del territorio tarantino (e finanche in America) dalla locale classe politica fascista per accrescere il proprio potere.
Una sorta di antefatto, narrato meticolosamente dall’autore, che si pone alla base di un discorso ben più ampio che investe la storia nazionale lungo tutti gli anni difficili che seguirono, e che egli percorre con oggettività storica, sicurezza ed equilibrio fino alla caduta del regime.
Il volume si fregia di una lusinghiera presentazione di Giovangualberto Carducci, presidente dalla sezione tarantina della Società di Storia Patria per la Puglia, che evidenzia pure nell’autore “l’eleganza di una narrazione equilibrata ed efficace che colloca in nota (senza per questo sacrificarlo) il dettaglio erudito del dato”.
La magistrale prefazione di Vittorio De Marco, ordinario di Storia contemporanea all’Università del Salento, pone in risalto la capacità dell’autore di utilizzare sapientemente gli aspetti locali e di cronaca propri dell’episodio Mastronuzzi, facendo della sua vicenda “il filo rosso per seguire la nascita e l’evoluzione del Fascismo locale e la storia della città fino all’armistizio del 1943”.
Giustamente Piero Massafra, editore attento di questo volume, rileva che “nel libro, nel saggio, nel ‘romanzo’ c’è Taranto di gran parte del primo Novecento, della quale leggi senza stancarti e senza incontrare le solite cose”.
Un lavoro certamente non facile che Guglielmo Matichecchia, in sintonia pure con la sua vocazione pedagogico-didattica, ha consegnato non solo come saggio monito agli studiosi o ai curiosi, ma anche e soprattutto all’attenzione e alla meditazione delle nuove generazioni per “ritrovare la pace e ricostruire una comunità sui valori della libertà e della democrazia”.
Guglielmo Matichecchia, Nella storia del regime. Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino, Scorpione Editrice, Taranto 2020, pp. 253.

Rosario Quaranta, Matichecchia e gli anni del fascismo tarantino, in “Nuovo Dialogo”, Anno LVII, 2 luglio 2021, n. 25, p. 9.




Matronuzzi, «vittima» fascista

Maristella Massari
Giornalista


Nella storia del regime. Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino è il volume pubblicato da Guglielmo Matichecchia per la Scorpione Editrice, e patrocinato dalla Società di Storia Patria per la Puglia-Sezione di Taranto.
 L'opera è stata presentata, virtualmente, dal Rotary Club Taranto, presieduto da Paolo Domenico Solito, in interclub con il Rotary Club Taranto Magna Grecia, presieduto da Fabio Ninfole. Il presidente Solito, di fronte ad un folto pubblico on line, ha introdotto l'argomento, notando tra l'altro come nel libro siano citati molti soci del Club che ha appena compiuto 71 anni di vita, ed ha presentato i relatori: il preside Giovangualberto Carducci, presidente della sezione di Taranto della Società di Storia Patria per la Puglia; il prof. Vittorio De Marco, ordinario di storia contemporanea nell'Università del Salento; il prof. Piero Massafra, editore; il preside Matichecchia, autore del libro.
   «Da loro - si evidenzia in una nota stampa - è stato brillantemente tratteggiato questo saggio, che ripercorre il Ventennio fascista nella realtà tarantina, con collegamenti con la storia nazionale, utilizzando come chiave di lettura la vicenda di un giovane in camicia nera, studente del Liceo Archita e già volontario fiumano, appena diciassettenne, colpito mortalmente nel maggio 1921 da due proiettili sul ponte di pietra, nel corso di un agguato di cui sono responsabili gli avversari politici. Mastronuzzi diventa così l'icona del martire del fascismo con riconoscimenti e celebrazioni annuali post mortem, intorno a cui si ripercorre la storia del fascismo dalla presa del potere alla sua caduta».
   Nel testo non vi sono sovrapposizioni ideologiche che comprometterebbero la ricerca della verità, affidata ai documenti e alle fonti archlvistiche ed emerografiche.
Matichecchia ha descritto la genesi del libro, in cui ha privilegiato l'uso del presente indicativo, ritenendo la storia non un patrimonio del passato, ma una ricchezza sempre viva.

(Maristella Massari, Mastronuzzi “vittima fascista”, in “La Gazzetta del Mezzogiorno” - Edizione “La Gazzetta del Salento. Brindisi, Lecce e Taranto”, Anno CXXXIV, 21 febbraio 2021, n. 51, p. XXVII)



Matichecchia riaccende 
la memoria collettiva
del giovane Mastronuzzi


José Minervini
Presidente 
Società Dante Alighieri 
Comitato di Taranto


   L’8 maggio del 1921 - quasi un secolo fa - sul far della sera, Domenico Mastronuzzi, uno studente del Liceo classico Archita di diciassette anni (ne avrebbe compiuti diciotto a settembre), appassionato legionario fiumano travolto, come tanti giovani della sua età, dall’entusiasmo per il fascismo in inarrestabile ascesa, fu ucciso da un colpo di pistola in un agguato a porta Napoli da avversarî politici, mentre coi suoi amici si stava recando a Crispiano per una manifestazione fascista.
   Al di là delle interminabili discussioni sull’identità di chi si macchiò del crimine, enorme e corale fu la reazione della nostra città, giustamente sdegnata e abbrunata a lutto, subito solidale con la famiglia di Domenico. Ne danno ampia testimonianza la raffica di articoli pubblicati e le numerose foto della cerimonia funebre del giovane morto ammazzato.
   Ebbene, in quel periodo turbolento e tempestoso al nero di seppia, fra scazzottate e pistolettate (senza parlare dei famigerati beveroni di olio di ricino), Mastronuzzi, giovane perbene e di ottima famiglia tarantina, divenne ben presto simbolo, emblema e mito di giovinezza eroica avvolta nel Tricolore, innalzato sugli altari della “mistica” del fascismo, strumentalizzato ed evocato a ogni anniversario con dispiegamento di tutto il bric-à-brac del regime: gagliardetti, fasci littorî, sventolio di bandiere, eia eia alalà, fino alla consacrazione definitiva di Roberto Farinacci, giunto a Taranto nel 1925 per rendere onore a Domenico Mastronuzzi. Giusta di glorie dispensiera è morte, direbbe Foscolo, “ça va sans dire”.
   L’eco del giovane, in una città inquieta come la nostra per la povertà e la disoccupazione, si affievolì a poco a poco con la caduta del fascismo e il suo ricordo divenne, col passar del tempo, sempre più fioco e condannato alla “damnatio memoriae”. Infatti il nome di Mastronuzzi fu cancellato dalla piazza che ritornò a chiamarsi Archita e così pure una strada di Statte, intestata anche questa al giovane nella foga del dolore e del giusto sdegno per la sua morte assurda e ingiusta, ritornò a essere chiamata Leonardo da Vinci. “Sic transit…”.
   Ad aver acceso la memoria risvegliando mai sopiti dolori fu, nel 2013, la nipote di Domenico Mastronuzzi, la figlia del fratello, cioè la preside Angela Mastronuzzi che, intrecciando memoria familiare e memoria collettiva, scrisse il romanzo “Alhambra” con struggenti inflessioni liriche, ispirandosi alla storia della sua famiglia duramente segnata da questo lutto. Ora un bel saggio del preside Guglielmo Matichecchia, storico e giornalista, pubblicato da Scorpione un mese fa, conferisce a Domenico Mastronuzzi il giusto rilievo storico e umano nel contesto cittadino e in una prospettiva nazionale, non solo municipale. Il saggio s’intitola “Nella storia del regime- Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino” e si avvale della presentazione del preside Giovangualberto Carducci, presidente della Società di Storia Patria - Sezione di Taranto (che ha patrocinato la pubblicazione), della prefazione del professor Vittorio De Marco, ordinario di Storia contemporanea dell’Università del Salento, e della postfazione dell’editore, il professor Piero Massafra che si aggiudica un asso vincente con la pubblicazione di questa importante opera di storiografia; importante perché scientifica, cioè supportata da documentazione e argomentazioni probanti, e intellettualmente onesta; la bibliografia è sterminata e le note contrappuntano la narrazione dei fatti aggiungendovi spessore scientifico, mentre le citazioni letterarie, sempre appropriate, scandiscono piacevolmente il ritmo della prosa dimostrando la cultura ad ampio raggio dell’Autore.
   Un’opera importante, dicevo, di cui si è già scritto, ma noi torniamo a parlarne data l’occasione della presentazione virtuale - organizzata dal Rotary club Taranto in collaborazione con il Rotary Taranto Magna Grecia - che si terrà il 12 febbraio prossimo in streaming.
Matichecchia ha avuto il merito di aver scandagliato accuratamente e con accorti specilli un periodo controverso della storia, senza preconcetti o condizionamenti di alcun tipo e senza cedere alla tentazione - che pure sarebbe stata legittima, data l’età del giovane - di indulgere al patetico e all’elegia del “funere mersit acerbo”. Per far questo, per essere obiettivo e onesto con se stesso e con il lettore, Matichecchia ha cercato, studiato e compulsato numerose fonti e tutta la folta pubblicistica del tempo. Così è riuscito ad arrivare alla conoscenza e alla verità dei fatti, anzi è entrato, per meglio dire si è calato manzonianamente nel cuore vivo dei fatti e dei personaggi e li ha disseppelliti per amore della storia e per amore della città che, per essere amata, deve essere conosciuta nelle sue tormentate vicende storiche.
   Il titolo è significativo: “Nella storia del regime”. Appunto: “Nella”, cioè “dentro” la storia. Di tutto quel garbuglio che fu la storia di Taranto e d’Italia, dal primo dopoguerra al “biennio rosso”, dal Ventennio alla fine della seconda guerra mondiale, Matichecchia ha preso un bandolo - la vicenda di Mastronuzzi - intorno al quale ha avvolto il filo spinoso degli avvenimenti. E la vita folgorante ma breve del giovane e il ricordo che di lui ebbe la città in orbace è vista di pari passo con la storia collettiva. Taranto è sullo sfondo e poi in primo piano, ma sempre in prospettiva nazionale. Di tutti questi fatti storici Matichecchia ha scritto pacatamente, come è nel suo stile di uomo e di professionista, riuscendo a tenere alta l’attenzione del lettore perché la sua scrittura, chiara e fluida, sempre avvincente come un romanzo, nonostante la materia ostica che scotta ancora le mani, è quella, certo, dello storico serio, che ha già dato luminosa prova di sé nel saggio di qualche anno fa su Federico De Palma, ma anche del giornalista.
   Infatti, proprio con taglio giornalistico, Matichecchia inizia “in medias res”, dalla cronaca di quella “funesta domenica” del “maggio di sangue” al susseguirsi concitato degli avvenimenti; e poi, con flash-back, illustra gli avvenimenti nodali degli anni prima e durante la guerra, il sacrificio dei tarantini caduti per la Patria, la vittoria mutilata, l’avventura di Fiume con quel maliardo di D’Annunzio, il precipitare inesorabile verso il fascismo, prodigo di “illusioni, inganni e miti”, e poi, dopo la morte di Mastronuzzi che funge da spartiacque di questa storia , i primi anni del regime, gli anni Trenta, la guerra e la caduta del fascismo e delle illusioni gonfiate dalla retorica; una storia ricca di nomi della storia nazionale, ma anche locale, da mons. Mazzella a mons. Bernardi, da Criscuolo a Imperatrice, da Spartera a Voccoli, da Mandragora a Magnini e così via citando.
   Matichecchia pone attenzione scrupolosa agli echi e alle risonanze che tutta questa storia ha avuto sulla nostra città ferita a sangue quella tragica notte dell’11 novembre 1940, così la “storia” si dilata nella “Storia” vista dalla prospettiva di Taranto, una città che era paradigma di tutta Italia. Non solo: leggendo il libro, possiamo capire la generazione di Mastronuzzi, una generazione di giovani lungo la linea tricolore che inizia dal cuore del Risorgimento, e a sbalzi e a scossoni, va diritta a Fiume; erano giovani idealisti, delusi e arrabbiati per la “vittoria mutilata”, giovani che sognavano la gloria sui campi di battaglia per amor di Patria, desiderosi di cambiamenti e impazienti di scrostare la muffa che copriva le istituzioni del tempo; una generazione ingannata dalle trombe reboanti della retorica e per tanti versi ingenua; ma così, grazie a Matichecchia, possiamo mettere a fuoco le ragioni, le cause economiche e morali che spinsero tanta gioventù, cresciuta in un clima guerresco, a diventare fascista e a farsi accecare e travolgere da miti che la sprofondarono nella tragedia della guerra. E Matichecchia ce lo fa comprendere con la simpatia e la comprensione dell’uomo di scuola verso i giovani, che sempre, di generazione in generazione, hanno acceso la loro vita di grandi ideali poi spenti dalla severità della vita reale.
   Certo, quella di Mastronuzzi fu una vita sacrificata e chi se lo pianse veramente a calde lacrime fu la mamma sua, Anna Bianculli, che si chiuse nel suo dolore muto, nuova icona di Mater dolorosa in versione jonica. Davanti a quel dolore, ancora oggi restiamo in rispettoso silenzio meditando sulle mutevoli e umane sorti travolte dal vento tempestoso della storia.
   Siamo allora grati all’Autore, anche per questa nuova opera che arricchisce le nostre conoscenze e aggiunge una tessera aurea per completare il mosaico storico della nostra città. Un’ultima cosa: Guglielmo Matichecchia ha dedicato il suo saggio alle “tre donne benedette” (a voler citare Dante) della sua vita: la madre Filomena, la moglie Maria Rosaria Cagnazzi (che ha redatto il lungo indice dei nomi) e la nipotina Anna, speranza di continuità della memoria e di un futuro migliore per i giovani, che non richieda loro sacrifici e martirî. “Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi” scrisse Brecht in “Vita di Galileo”, ma doppiamente sventurato anche quello che dimentica la sua storia, perché un popolo senza memoria non ha futuro, ma va incontro ai rischi di nuovi errori e nuovi pericoli.

(José Minervini, Matichecchia riaccende la memoria collettiva del giovane Mastronuzzi, in “Buonasera Taranto”, Anno XXIX, 12 febbraio 2021, n. 28, p. 15)





Nella storia del regime


Stefano Vinci 
Università degli Studi 
"Aldo Moro" - Bari

Il titolo ben appropriato dell’opera di Matichecchia consente al lettore di compiere immediatamente un viaggio nel passato, reso vivo non soltanto dall’appassionata descrizione dei fatti – arricchita da aulici richiami letterari - ma soprattutto grazie alle numerose citazioni tratte dai giornali dell’epoca, locali e nazionali (La Voce del Popolo, L’Ora Nuova, ‘U Panarijdduzze, Il Corriere della Sera, Il Popolo d’Italia) che testimoniano il rigore del lavoro di ricerca svolto dall’Autore, corredato da una puntuale bibliografia richiamata nelle note a piè di pagina.
   Il volume, che riflette un’idea pienamente matura di storia, ci accompagna per mano in questa tragica pagina di storia tarantina che racconta non soltanto la vicenda che colpì Domenico Mastronuzzi, giovane studente ucciso da un colpo d’arma da fuoco l’8 maggio 1921 nel corso di uno scontro tra fazioni politiche opposte, ma per il suo tramite descrive con particolare acribia e sensibilità la Taranto del ventennio fascista, con i suoi eccessi e le sue contraddizioni.
   La scelta del tema - sicuramente coraggiosa - costituisce un valore aggiunto all’opera ed al suo Autore, il quale è riuscito a dimostrare spiccata sensibilità storica nell’affrontare una vicenda calata in un contesto politico difficile, senza farsi trascinare in opinioni e giudizi, pur riuscendo nell’impresa di disegnare un panorama completo e variegato di un periodo di grandissimo interesse per la storiografia più recente.
   Ricco di richiami alle principali vicende nazionali che costituiscono delle pietre miliari per il lettore (dall’impresa di Fiume, a cui il giovane Mastronuzzi prese parte ancora sedicenne, al primo governo Mussolini, dalla guerra d’Etiopia alla promulgazione delle leggi razziali), i sette capitoli che compongono il volume consentono di conoscere i principali luoghi (piazze, strade, teatri) e i protagonisti del Ventennio tarantino (vescovi, uomini politici, giornalisti, scrittori) di cui Matichecchia fornisce una straordinaria descrizione. In questo modo si intrecciano la storia politica, culturale, economica ed urbanistica della città, che vede negli anni che seguirono la morte del povero studente avvicendarsi ricordi e celebrazioni, accompagnate da foto d’epoca e puntuali citazioni che conducono fino a New York.
   E così nella trama principale se ne innestano tante altre: quella delle forze politiche che accompagnarono gli anni del fascismo tarantino, quella degli uomini che tennero il governo della città e della diocesi, quella dell’élite culturale. Tra i tanti nomi, si incontrano quelli degli illustri tarantini Alessandro Criscuolo, Francesco Rochira, Vincenzo Fago, Liborio Tebano e tanti altri ancora.
   Il volume di Matichecchia va quindi al di là del racconto stesso che contiene, in quanto diviene una fonte preziosa di notizie e di riferimenti per chi intende approfondire quel particolare periodo storico ed avventurarsi nei meandri delle fonti archivistiche, emerografiche e bibliografiche sull’argomento.
   A testimoniare il valore dell’opera contribuiscono la presentazione, prefazione e postfazione affidate alle penne di Giovangualberto Carducci, Vittorio De Marco e Piero Massafra, le cui pregevoli annotazioni forniscono gli opportuni strumenti di lettura per un viaggio così articolato.

(Stefano Vinci, Nella storia del regime, in “Lo Jonio”, 6 febbraio 2021, n. 172, p. 39)






Gli anni del fascismo tarantino 
nel racconto di Matichecchia

Lucio Pierri
Presidente 
Amici del Castello Aragonese
Taranto


   Il Profeta esorta a passare in preghiera metà della notte, o più di meta della notte, accorciando le ore del sonno o prolungano il riposo del mattino. Gugliemo Matichecchia, che è cristiano e uomo di vastissime letture, veglia la notte con suoi amati libri e il computer.
   Per ragioni di spazio e praticità preferisce le versioni digitali alla carta stampata, in pochi anni ha accumulato una fornitissima biblioteca, prediligendo gli argomenti storici, letterari, tarantini.
Attingendo a piene mani dal suo tesoro ci ha regalato una splendida monografia: “Nella storia del regime - Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino”, Scorpione editrice 2020.
   Il volume prende le mosse dalla vicenda della morte del giovane Domenico Mastronuzzi, ucciso il giorno 8 maggio 1921 da un colpo di fucile nei pressi del Ponte di Pietra, mentre attendeva con altre camicie nere un camion che deve portarlo a Crispiano per una spedizione punitiva contro alcuni comunisti, rei di aver aggredito due giovani fascisti del luogo.
   Il racconto poi si snoda attraverso le molteplici vicende della Grande Guerra; l’avventura fiumana, che vide lo stesso Mastronuzzi appena adolescente unirsi alla spedizione di Gabriele D’Annunzio; il consolidarsi del regime fascista, gli anni del consenso e la fondazione dell’impero, per poi soffermarsi sulla crisi del regime, le leggi razziali, l’entrata in guerra e la catastrofe finale.
   Filo rosso della narrazione, anno per anno, le celebrazioni dell’anniversario della morte del giovane Mastronuzzi, assurto a mito eroico della gioventù fascista.
   Nel dipanarsi di questa trama è difficile inquadrare l’opera di Matichecchia, che si muove tra la cronaca e il saggio storico, in un genere letterario definito.
   Penso che la migliore definizione che si possa dare è quella di Storia Morale. Sì la sua è una storia morale nel senso più alto del termine. Una storia caleidoscopica, espressa attraverso il pensiero delle più eminenti figure di pensatori che vissero o studiarono quelle vicende, le storie individuali dei protagonisti, le cronache cittadine e quelle del regime, gli avvenimenti politici, militari ed economici che sconvolsero il modo nella prima metà del secolo.
   Nel suo narrare, nei commenti, nelle riflessioni espresse da Matichecchia, si sente l’educatore dei giovani, la sua dirittura morale. Il suo è un giudicare pacato e comprensivo, anche se a volte ironico ed amaro, di quei lontani avvenimenti.
   Si potrebbe anche parlare di storia corale, tante sono le citazioni inserite nel testo. Non per niente la bibliografia citata e letta da Matichecchia supera i duecento titoli. Accanto ai Mazzini, Gioberti, tanto per fare qualche nome autorevole, Benedetto Croce, Gramsci, Calamandrei, De Felice, i nostri Nistri ed Acquaviva, ecc. troviamo la più minuta umanità protagonista di quella storia: politici, giornalisti, gerarchi e gerarchetti in conflitto per la gestione del potere locale, i giovani fiumani, gli operai dei Cantieri navali e dell’Arsenale.
   A tutti Matichecchia dà voce, li inserisce nel suo narrare, fa propri i pensieri e i giudizi.
Di ogni riunione, di ogni adunata, Matichecchia annota i presenti, citati nome per nome in nota, i discorsi fatti, lo sfilare in processione, gli applausi, o il clima austero di cordoglio, le divise, i vestiti.
   Si crea così una narrazione suggestiva, che porta il lettore a vivere l’atmosfera del tempo, con una empatia verso i protagonisti. Anche verso quelli più discutibili si avverte una umana comprensione, un giudizio distaccato che perdona e comprende debolezze e miserie proprie dell’umano agire.
   Avvenimenti lontani, si direbbe. Poi, almeno per quelli della mia età, ecco apparire luoghi e personaggi noti. Figure sbiadite nel ricordo infantile che si ripresentano in una veste nuova, spesso inaspettata. Nella loro autenticità storica.
   Anche i monumenti hanno la loro parte corale, di essi si ripercorre la storia, con particolare attenzione alle opere dei grandi architetti: Bazzani per il Palazzo delle Poste, il Banco di Napoli, La Banca d’Italia, Palazzo del Fascio, edificio dei Salesiani; Brasini per il Palazzo del Governo e la palazzina comando dell’Idroscalo Bologna. Non mancano i riferimenti alla vita culturale della città e ai suoi protagonisti: Fago, Tebano, i fratelli Rizzo ecc.
   E quanta storia che riguarda i luoghi! Le adunate in Piazza Archita, allora Piazza Domenico Mastronuzzi. Lo sfilare della processione in ricordo del giovane martire dalla casa natia in Via Cavour alla piazza dove si svolgeva annualmente la cerimonia commemorativa, e poi al Ponte di Pietra, dove il giovane cadde colpito da fuoco nemico nel maggio 1921.
   In quella casa in via Cavour, dalla finestra incorniciata da due basse colonne, ci sono andato diverse volte da ragazzo, ho conosciuto e frequentato la sua famiglia, senza aver contezza di quegli avvenimenti. La narrazione di Matichecchia ha un andamento filmico, non per l’apparato iconografico del volume, assai modesto, quanto per la dovizia dei particolari scenografici, l’analisi psicologica dei personaggi, l’avvicendarsi sulla scena dei protagonisti, i loro discorsi, a volte riprodotti nella loro interezza.
   Straordinaria la rievocazione della visita del gerarca Farinacci a Taranto nel 29 settembre 1925, per la inaugurazione della lapide “al caduto fascista Domenico Mastronuzzi”, murata sulla facciata del Palazzo degli Uffici.
   Matichecchia parte dai giornali dell’epoca che annunziano il fausto evento; segue la descrizione delle virtù del gerarca e del suo ruolo all’interno del regime, i febbrili preparativi per l’organizzazione della visita, il compiacimento dei giornali per la “mirabile organizzazione”, il contributo dato dalle autorità locali, dai funzionari governativi e militanti politici. Segue la descrizione dell’arrivo in città del gerarca il giorno precedente la cerimonia, gli applausi; il corteo che si snoda per le vie della città, a piedi da Via Leonida, dove Farinacci scende dall’auto per mettersi alla testa del pellegrinaggio, verso Piazza Mastronuzzi; la sera, il ricevimento di gala in Prefettura con le massime autorità cittadine.
   Si arriva così finalmente al giorno fatidico del 29 settembre per la inaugurazione della lapide. Nel palco d’onore “con il gerarca, le più alte cariche provinciali del partito fascista in pompa magna, l’anziana e addolorata madre e tutti i familiari di Domenico Mastronuzzi”.
   Nella piazza i picchetti delle forze armate, i gagliardetti, le camicie nere, avanguardisti, Balilla, i rappresentati delle associazioni combattenti, dei mutilati, dei Sindacati operai, della Milizia.
   Dopo gli interventi di rito, al culmine della rappresentazione, il discorso di Farinacci, che si proclama “sacerdote” della nuova fede fascista. Roboante retorica dei meriti e del programma del nuovo regime, che si vuole consacrato dal sangue e dall’eroismo di quei giovani, come Mastronuzzi, che senza esitare tutto hanno abbandonato, famiglia, scuola e affetti, per correre in aiuto della Patria, combattendo e morendo “sotto una Camera del lavoro o sotto le cooperative rosse”.
   Anno dopo anno Matichecchia, dal 1919 al 1943, sul filo conduttore delle celebrazioni del regime per la morte del Mastronuzzi, scrive la storia di Taranto; città, per la sua importanza militare ed industriale, all’epicentro della vita politica della nazione. Una documentata riflessione su un periodo triste della storia che vide una intera generazione, soprattutto i giovani, ingannati dai falsi miti di un regime totalitario. Valgano a giudizio le parole di Pietro Calamandrei.
   “Nel dramma del fascismo, la sorte dei giovani è stata indubbiamente la più commovente e la più patetica: cresciuti in una atmosfera guerresca riscaldata dai sacrifici e dal valore dei padri e dei fratelli, questi ragazzi erano ossessionati dal rammarico di essere nati troppo tardi per avere dalla guerra la loro parte di gloria: sicché quando una oratoria forsennata li chiamò a raccolta per la guerra civile, annunciando loro che la patria era ancora da salvare e che anche per loro c’erano gesta eroiche e gloria da raccogliere, balzarono su, poveri ragazzi, collo stesso impetuoso ardore con cui, men di dieci anni prima, i loro fratelli maggiori erano partiti per liberare Trento e Trieste”.
   Insomma un libro da non perdere, un altro prezioso contributo di Matichecchia alla storia d’Italia e della nostra città.

(Lucio Pierri, Gli anni del fascismo tarantino nel racconto di Matichecchia, in “Buonasera Taranto”, Anno XXIX, 5 febbraio 2021, n. 23, p. 15)






Neri contro rossi e quel corpo lasciato sul ponte di pietra

Anita Preti
Giornalista


   Non ha ancora raggiunto l'alto balcone di un palazzo romano, in piazza Venezia, quell'uomo corpulento nato in una delle più veementi terre d'Italia, la Romagna. E' un maestro elementare con la passione per il giornalismo che può limitarsi per ora solo a sognare una conquista, di quelle che si compiono impiegando capitale umano. Sarà la sindrome di Giulio Cesare, il condottiero, il dux, sì il Duce. Ma non si parli di conquiste, diamine sono solo "ideali" da far valere. Gli è che gli ideali qualche volta scappano di mano, si ingigantiscono e diventano de1 mostri. Benito Mussolini, appena conclusa la prima guerra mondiale, sta sognando di inquadrare l'Italia e gli italiani (fin dalla nascita) secondo un suo schema (l'arcinoto: Figli della lupa, Balilla, Piccole Italiane, Avanguardisti, Giovani Italiane, Giovani Fascisti, Gruppi universitari fascisti, e poi via via, dalle tenere Donne Rurali ai temibili Squadristi). Ci riesce e se li pappa tutti in un sol boccone gli italiani pronti a giurargli fedeltà (non poteva andare diversamente, sarà la giustificazione degli adepti). Tutti meno qualcuno. Gli anarchici, i cattolici di prima impronta, i socialisti e i prossimi comunisti (il 21 marzo 1921 nasce il Pci).
   Soprattutto loro, quei dannati bolscevichi, "perché a Taranto", scrive La Voce del Popolo, il giornale più letto, "non ci sono operai socialisti ma masse di comunisti contro cui bisogna stare con le armi ai piedi". Ci pensa il Fascio. E dopo ci pensa lo storico Roberto Nistri a rinfrescare la memoria nel saggio "Mentre nasce e muore un impero romano" che apre il volume "Taranto da una guerra all'altra" (Mandese editore).
   Nell'albergo Aquila d'oro, l'8 novembre 1920, si tiene la prima riunione ufficiosa del Fascio, consacrato poi da una più folta presenza, all'Orfeo.
In un battibaleno i Fasci diventano Fasci di combattimento. Comincia la caccia all'uomo. E così inizia anche la storia dei vincitori e dei vinti. Ma tra i loro caduti non c'è differenza, il sangue è sempre rosso e odora di violenza. La più leggera si chiamerà olio di ricino, poi si passa alle armi. Taranto è messa a soqquadro. La città non se la bene quando germoglia la malapianta del fascismo. Fin troppo generoso Italo Balbo, l'asso del volo, uno dei quadrumviri della Marcia su Roma, nel descriverla. mentre la sorvola, bella come una sirena. Ma le cose vanno diversamente se la storia la si guarda dal basso e non dalla carlinga di un aereo. Si combatte per le strade per un pezzo di pane, per la fame di lavoro che serve a tacitare la fame vera. Scontri continui e cariche delle forze dell'ordine. Innocente viene colpito a morte un bambino sul Ponte Girevole.
   Invece sull'altro Ponte. Quello di Pietra, non molto tempo dopo. viene colpito a morte uno appena più grande, un ragazzo. Ma questa volta l'assassinio, perché di questo si tratta, ha fondamenti politici. L'uccisione di Domenico Mastronuzzi si situa al centro del nuovo libro di Guglielmo Matichecchia "Nella storia del regime", fresco di stampa da parte di Scorpione Editrice. Un libro fondamentale che vanta una presentazione di Giovangualberto Carducci, presidente della sezione di Taranto della Società di Storia Patria per la Puglia; la prefazione di Vittorio De Marco, docente di Storia contemporanea all'università del Salento; e la postfazione dell'editore Piero Massafra.
   Giornalista e saggista, attento puntuale preciso studioso. Matichecchia, in quanto educatore e poi dirigente scolastico in vari istituti, bene conosce l'animo dei giovani. E con questa esperienza e con le chiavi concesse a chi fa lo storico di mestiere ricostruisce la vicenda di due ali così presto spezzate. Domenico Mastronuzzi, allievo dell'Archita, ha infatti appena 17 anni e la testa infarcita di quegli "ideali". Una sua impennata sta nell'aver voluto seguire, come tanti giovani, Gabriele D'Annunzio a Fiume. In quel delirio che. è il ventennio (o poco più) intercorso fra le due guerre mondiali i Legionari Fiumani sembreranno sempre un corpo scelto. Mastronuzzi va a Fiume con Raffaele Carrieri, Raffaele Mattioli e gli altri cervelloni che credono nel poeta, da alcuni definito il primo vero duce di una, appunto, delirante Italia.
   Ma a Taranto, come ha scritto più volte qualcuno, non comanda nessuno, solo l'ammiraglio e il vescovo. A quel tempo, s'intende. Il Fascio arranca sulle prime e solo sulle seconde invece la città si sostanzia di fascismo. Ci sono le immagini: quando il Partito raduna gli aspiranti fascisti in piazza Archita nel novembre del 1920, quando li schiera con passo marziale in via D'Aquino, quando li porta a guardare festosi il piccone che nelle mani di Mussolini avvia lo sventramento della Discesa Vasto e della zona limitrofa. Ci sono, ci sono i tarantini: per loro una scuola e un villaggio portano il nome del condottiero, per un cinema ci si limita a Dux, un teatro è detto Littorio.
   In questo clima esultante più che esaltante, Domenico Mastronuzzi si presenta all'appuntamento con altri giovani camerati. L'ora fatale è fissata nei pressi del Ponte di Pietra la sera dell'8 maggio 1921, ci sarebbe da fare un regolamento di conti a Crispiano, una spedizione punitiva. Rossi contro neri. Neri contro rossi. E mentre la città impazza al suono di bande, noccioline. palloncini, zucchero filato gli ammennicoli della festa per san Cataldo, un colpo di moschetto centra il petto di Domenico. E la sua gioventù si ferma lì.
   Guglielmo Matichecchia tiene conto, nel riportare alla luce l'episodio, della possibilità avanzata da Roberto Nistri e Luca Sardi, in un loro saggio, che quella pallottola sia partita dal moschetto in dotazione alle forze dell'ordine. Può essere. Certo è invece il clima d'odio che comunque serpeggia a Taranto, in Italia. nel mondo.
   Per raccontare la breve vita di Mastronuzzi ed il ricordo che per anni e anni la città gli ha tributato (viene persino Roberto Farinacci, segretario del Partito Nazionale Fascista) Matichecchia ha consultato archivi e biblioteche e ha riunito un'imponente bibliografia.
   L'editore Piero Massafra, nella postfazione (sottolineando come sia poi un "romanzo" questo lavoro di Matichecchia pur rispettando i canoni della saggistica), si dice meravigliato per la quantità di carte che l'autore ha dovuto cercare, consultare, leggere per evidenziare la verità storica.
  Guglielmo Matichecchia infatti non ha solo raccontato la breve vita di un ragazzo tarantino ma ha costruito, tassello dopo tassello, la storia del fascismo a Taranto Ci sono vicende e nomi. Ed è inutile ripeterli, la memoria li ha epurati e chi potrebbe ricordare ormai, gravato dall'età, fatica a farlo. Ma i nomi dei "politici" quelli si possono fare perché sedevano in Parlamento come Leonardo Mandragora, il primo Podestà. O erano di grande risonanza ed è il caso del medico umbro Milziade Magnini, segretario provinciale del Partito, appassionato collezionista di ceramiche e committente, in tanto sfacelo, di una delicata e leziosa casetta in stile veneziano che è ancora lì sul Lungomare. Per tutti gli altri, per i codardi, per i delatori che via via aumentano quando è l'ora delle leggi razziali, per i duri dell'Ovra, la polizia segreta, ma sì anche per loro. valga la pietà del silenzio.

(Anita Preti, Neri contro rossi e quel corpo lasciato sul ponte di pietra, in "Nuovo Quotidiano di Puglia - Taranto", Anno XXI, 31 gennaio 2021, n. 30, p. 12).





La memoria storica di Domenico Mastronuzzi
nell’opera di Matichecchia


Paolo De Stefano
Presidente onorario 
Società Dante Alighieri 
Comitato di Taranto


Caro Direttore,
   Benedetto Croce ha scritto: "l lavori di Storia, quando procedono in modo pensato e critico, presuppongono quel che di nuovo si crede di poter fornire per una migliore e più completa intelligenza dei fatti". (Storia del Regno di Napoli, Bari, 1943, terza edizione).
   Guglielmo Matichecchia, da par suo, ha colto nel bel volume su "Domenico Mastronuzzi nella Storia del Regime" (Scorpione editrice, 2020, pp. 253) il senso generatore di un procedimento avvertito e sicuro intorno agli anni del fascismo tarantino e, direi, jonico, legati alla figura leggendaria, illo tempore, del giovane fiumano e poi fascista Domenico Mastronuzzi, ucciso da colpi di arma da fuoco, in un agguato fra giovani seguaci del futuro fascio e giovani del partito avverso, forse comunista. Era l'8 maggio 1921. Una data che diventerà storica per il partito trionfante in Italia, e soprattutto per Taranto. Lo studente Mastronuzzi aveva solo diciassette anni "quando la vita è un sorriso e quando maggio in fiore con i suoi profumi canta la primavera" (Il Popolo jonico, il29 settembre 1925).
   Il libro del Matichecchia si avvale di una precisa presentazione del preside Giovangualberto Carducci, Presidente di Storia Patria per la Puglia, sez. di Taranto, di una prefazione di forte spessore strutturale tra la vita sociale civile e il suo riflesso politico del professore Vittorio De Marco, di una postfazione dell'editore Massafra che pone in risalto "l'iter" dell'autore nei riguardi del giovane Mastronuzzi assassinato, osannato dal futuro partito fascista, dal suo squadrismo e annullato dopo l'inevitabile disfatta del regime; il tutto senza finalità politiche o ideologiche.
   "Senza finalità politiche o ideologiche", ma attraverso un'analisi serena ed equilibrata dell'autore del libro. E, tuttavia, al di là di una superiore visione dei fatti, c'è nel lavoro del preside Matichecchia che "viget et urget" una più alta, e direi metatemporale, conduzione degli avvenimenti umani: ed è ciò che propriamente si chiede e si ricerca sotto il nome di "Storia": non della consueta ed organizzata storiografia, ma di "Storia ad morem", vale a dire, di storia morale che è, anche quando non la si riconosce, interiore lievito alla realizzazione di quella vita ideale per la quale l'uomo, nel corso dei secoli, ha lottato ora perdendo ora vincendo. Di quella Storia che, nello svolgimento delle azioni dell'uomo, non è mai "Giustiziera" ma giudicatrice ed anche il male commesso è preparatorio al bene successivamente eseguito. Di qui quel progresso che consacra l'operosità umana. Vico aveva ragione. Tutta l'opera del Maticbecchia, così precisa e così idealizzata, è opera fondamentalmente "morale". Ed è morale, perché proprio idealizzata.
   Per tal via ogni momento etico, politico, sociale e finanche religioso è sempre un momento di una superiore forza etica che è la superiore legge della vita.
   Lo storico Matichecchia, nei suoi sette capitoli intorno alla storia del regime fascista locale nell'ambito nazionale, attraverso l'uccisione del giovane Mastronuzzi, non c'è dubbio si è mantenuto in un "distanziamento ideologico" ma quel "distanziamento" è il fine e il mezzo di una congiunzione "morale" per la quale gli stessi fatti, nel bene e nel male, sono e saranno un momento di quella "Historia" che dantescamente "non erra" nel tempo dell'agire umano, nel vivo di un'epoca trascorsa (ora per allora) e pragmaticamente viva di fatti e personaggi, protagonisti o meno e che tuttavia oggi è memoria, ricordo, assoluzione e desolazione di anni che, dalla convulsa dittatura fascista nella quale si ebbero anche eroiche figure e immagini sbiadite e picaresche, operò un riscatto formativo di giustizia e libertà e che la forza della Storia consegna, al progresso umano, sempre che gli uomini sappiano conservare nel tempo.
   Matichecchia dal primo all'ultimo capitolo, con chiarezza e vivacità di stile, narra la storia quotidiana di una Taranto e della sua provincia che non poteva sottrarsi al vento politico del tempo, di una città che aveva nel giovanissimo Mastronuzzi un eroe, prima fiumano, poi fascista.
   E lo storico Matichecchia traccia, di capitolo in capitolo, dal tempo della marcia mussoliniana su Roma alla "mistica fascista" alla vittoria dell'impero sino alla disfatta della seconda guerra mondiale, alla malattia morale della eliminazione ebraica, alla rinascita della vocazione "libertà'' e alla scomparsa dalle vie e dagli edifici del nome del giovane, Mastronuzzi, eroe consacrato in altro tempo e in altra Italia; e narra, non celebra, gli avvenimenti gloriosi e meno, che furono vita di quell'epoca, ormai definita e superata.
   Di qui la bravura dello storico Matichecchia di essere al di sopra delle parti e degli uomini, e indagare, indagare anche attraverso abbondanza di note esplicative o indicative quale fu l'epoca da lui esaminata.
   La libertà di un popolo nasce da una dittatura precedentemente attuata e determinata da un disordine civile e morale della nazione, in quel lontano 1920-21.
   Un lavoro molto controllato e seriamente condotto di pagina in pagina nelle quali molti di noi si dovranno riconoscere; lo storico non condanna, né assolve, descrive, presenta quelli che furono gli anni amati prima e dissacrati dopo da un popolo calamitato e poi inesorabilmente umiliato e sconfitto.
   Nella eternità della "Historia" gli anni che vanno dal 1920 al 1946 furono "acta diurna" della vita italiana e l'opera dello storico distaccata, ma solenne, lontana e vicina, tra onori trascorsi e desolazione di un popolo.
   Un lavoro avvincente e, al tempo stesso, a mio parere da meditare pagina su pagina. Matichecchia racconta la vita di quel ventennio nel senso programmatico e attualistico del tempo, ma che è anche un "momento" dell'eterna "Storia" per la quale i fatti relativi ad una città dispiegata nella nazione, ebbero una loro significativa notorietà anche nella figura del giovane Domenico Mastronuzzi.
   Il preside Matichecchia ha compreso, nello svolgimento del suo "romanzo" che le vicende umane, hanno, attraverso i tempi, una loro giustificazione "morale e non moralistica" nella valida conseguenza che il progresso è anche motivo e forza di precedenti accadimenti tra le forze del bene e del male.
   Questo è tutto. E Matichecchia si è consapevolmente tenuto ai fatti consacrati nella visione di una "Historia" consacrata nel tempo in una città, in una nazione e altrove.
   Il lavoro nasce con il patrocinio della Società di Storia Patria della Puglia sezione di Taranto.

(Paolo De Stefano, La memoria storica di Domenico Mastronuzzi nell’opera di Matichecchia, in “Buonasera Taranto”, Anno XXIX, 19 gennaio 2021, n. 10, p. 18)







Mastronuzzi e gli anni del regime fascista


Alberto Altamura
Storico e saggista


   Se uno dei mali del nostro tempo è la rimozione della storia, questo saggio di Guglielmo Matichecchia, "Nella storia del regime. Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino" (Scorpione, Taranto 2020), è invece un prezioso contributo alla riscoperta della storia della nostra città e del nostro Paese.  Partendo da un episodio particolare, vorrei dire circoscritto nel tempo e nello spazio, l'assassinio del diciottenne Domenico Mastronuzzi, impegnato attivamente nelle file fasciste, nel maggio del 1921 ad opera degli avversari politici in circostanze mai del tutto chiarite (anche se rientra in quella dinamica di azione/reazione tipica di questi eventi); Matichecchia affronta la materia in maniera efficace e documentata. Il suo è un interessante viaggio dal particolare al generale, in quanto l'episodio locale non solo non è fine a se stesso ma lo sprona ad allargare lo sguardo alla realtà nazionale, servendosi egregiamente dei mezzi che la storiografia gli mette a disposizione: saggi, documenti, giornali, fonti d'archivio. Matichecchia aveva già dato buona prova di sé qualche anno fa con il saggio assai interessante su Federico Di Palma (Scorpione, Taranto 2016) e su quella linea si è mosso per approfondire le vicende del fascismo in terra jonica e in campo nazionale. Del resto, la microstoria avrebbe un significato limitato se non si radicasse nel più vasto scenario della storia.
   Un altro aspetto importante che mi piace sottolineare e che del resto l'autore evidenzia è che questo studente liceale, legionario fiumano, come un po' accadde alla gioventù coeva, si lasciò trasportare dal clima di entusiasmo che accompagnò le nuove idee che andavano maturando nel Paese e che stavano preparando il terreno all' avvento del movimento fascista, ma in lui non va ricercato, a mio avviso, uno spessore ideologico e culturale che un ragazzo della sua età non poteva avere. L'assassinio di Mastronuzzi si inscrive in quel clima di accese tensioni, scontri e sospetti tra opposte fazioni, rossi e neri (diciamo così per comodità di linguaggio), che avvelenò il Paese nell'immediato primo dopoguerra e che acuì la situazione politico-sociale rendendola turbolenta. Sta di fatto che la morte di Mastronuzzi ebbe una grande risonanza anche a livello nazionale e i fascisti tarantini non mancarono di esaltare per molti anni la sua figura, celebrando in occasione dell'anniversario la vita e le opere, certi di accrescere il consenso e di lucrare vantaggi sul piano propagandistico ed elettorale. Ma, è giusto chiedersi: si trattò di eroismo (una parola grossa) e di vera gloria? La risposta ci viene data da uno storico rigoroso, Mario Isnenghi, uno dei migliori storici del periodo, il quale, facendo una rassegna dei morti registrati da ambedue le parti, parla di eroismo 'involontario', una morte su cui si è costituita da subito una vera e propria leggenda, un mito (l'autore dedica al tema pagine molto acute ed interessanti).
   Ebbene, Guglielmo Matichecchia affronta la materia con piglio di storico,cioè lontano da precostituiti schemi ideologici e politici, e si attiene rigorosamente ai fatti e ai documenti, che dovrebbero essere per ogni storico che si rispetti la sola base su cui sviluppare le proprie idee e la propria narrazione. In questa ottica ed in sintonia con la interpretazione di Renzo De Felice, attraversa l'intera parabola del fascismo, dalla fase nascente come movimento fino al suo costituirsi come regime (voglio dire alle inevitabili concrezioni di potere) e infine al suo inevitabile crollo, con gli immancabili riflessi sulla realtà tarantina. E riesce con lucidità di impianto ad innestare i fatti locali, studiati con rigorosa disamina e nella loro concatenazione, in quelli nazionali, creando un felice raccordo tra centro e periferia, senza sottacere che ad essere chiamati in causa sono diverse centinaia di personaggi che hanno giocato un loro ruolo ora più ora meno importante a livello locale e/o nazionale. Ed ecco che ai personaggi di livello nazionale (da Mussolini a Farinacci, da Croce e Gentile a D'Annunzio, da Badoglio a Graziani) si affiancano quelli locali, tra i quali Magnini, Russi, Carucci, mons. Mazzella, mons. Bernardi, Mandragora, Criscuolo, Voccoli e molti altri che segnarono la storia della città.
   Il volume si avvale del contributo di tre studiosi di vaglia che, lungi dallo scrivere parole di circostanza, hanno indagato in maniera egregia il carattere dell'opera ed illustrato il modus operandi di Guglielmo Matichecchia, uno studioso dedito sempre più alla ricerca storica: Vittorio De Marco, Giovangualberto Carducci e Piero Massafra.
   Aggiungo inoltre che l'editrice Scorpione arricchisce senz'altro con questa opera il suo carnet e si conferma un importante punto di riferimento culturale.

(Alberto Altamura, Mastronuzzi e gli anni del regime fascista, in “Buonasera Taranto”, Anno XXIX, 13 gennaio 2021, n. 6, p. 15)








mercoledì 25 novembre 2020

NELLA STORIA DEL REGIME. Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino

Nei prossimi giorni sarà licenziato dalla tipografia il saggio Nella storia del regime. Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino, pp. 1-256, per i tipi della Scorpione Editrice di Taranto (www.editricescorpione.it - Tel. 099.459.3993).
È un saggio che ripercorre il Ventennio nella realtà del nostro territorio con collegamenti con la storia nazionale, utilizzando come chiave di lettura la vicenda di un giovane in camicia nera, appena diciassettenne, colpito mortalmente sul ponte di pietra, nel maggio 1921, da due proiettili d’arma da fuoco. Mastronuzzi diventa così l’icona del martire del fascismo con riconoscimenti e celebrazioni annuali post mortem, intorno a cui si svolge la storia del fascismo dalla presa del potere alla sua caduta. 
Si fa riferimento ai documenti e alle fonti archivistiche ed emerografiche, evitando letture dei fatti con sovrapposizioni ideologiche che comprometterebbero la ricerca della verità, compito essenziale di ogni lavoro storico. Nella scrittura si privilegia volutamente l’uso del presente indicativo, ritenendo la storia non un patrimonio del passato, non qualcosa che fu, ma una ricchezza che è sempre viva, presente in una memoria che è rivivere il passato senza nostalgie, senza separazioni e senza artificiose deformazioni. 
Riportare oltre mille nomi di uomini e donne delle nostre comunità e di quegli anni (l’elenco è in calce) è il frutto della scelta di collegare le vite di persone di cui si conserva il vivo e grato ricordo nelle famiglie di oggi, che non dimenticano e ritrovano i loro cari e le loro radici. 
Tra l’altro, è un libro di storia atipico anche per i continui riferimenti ad autori della letteratura italiana e di altri Paesi di tante epoche che sono in grado di illuminare ogni tempo della vita. 
Il saggio ha il patrocinio della Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione di Taranto, una presentazione del suo presidente Giovangualberto Carducci, nonché la prefazione di Vittorio De Marco, ordinario di Storia Contemporanea dell’Università del Salento, e la postfazione dell’editore Piero Massafra. Che dire di più? Spero che il libro possa essere una lettura gradevole di pagine di storia e di vita.
Guglielmo Matichecchia

Dalla IV di Copertina

Attraversare il ventennio per lo storico è come attraversare un terreno paludoso, ma Guglielmo Matichecchia da una parte è stato attento alla lettura del materiale storiografico più attendibile e meno fazioso, dall’altra si è sforzato di leggere nell’animo di una città che viveva anche la sua vita quotidiana […]. Tutti aspetti che egli non perde mai di vista. Così che la complessiva lettura del libro risulta spedita, snella e allo stesso tempo persuasiva, affrontando temi complessi trattati con profondità ma allo stesso tempo con agilità argomentativa, lasciando alle ricche note molte notizie altrimenti difficili da reperire. 
Dalla Prefazione di Vittorio De Marco 
Ordinario di Storia Contemporanea dell’Università del Salento 


Alla “consorteria” defeliciana mi pare appartenga Guglielmo Matichecchia, già allenato e maturo ricercatore con “distanziamento ideologico”, nel suo volume sul Novecento prebellico di Federico Di Palma. Lo si capisce e lo si vede per la “polvere d’archivio” di cui si fregia. […] 
Matichecchia si pone difronte a fatti sbiaditi, inattuali (solo strumentalmente in agguato), rimossi, e lo fa con piglio da storico, senza finalità politiche o ideologiche, perché sa bene come la storia non ammetta alterazioni o rimozioni, ma indagine, indagine, indagine. 
Dalla Postfazione di Piero Massafra 
Editore



A imprimere poi sicura e generale saldezza metodologica a questa monografia di Guglielmo Matichecchia stanno due opzioni di fondo della sua ricostruzione storica …: la lettura degli eventi locali in costante contrappunto a quelli nazionali, in un andirivieni continuo periferia/centro/periferia capace di far emergere consonanze e dissonanze, uniformità e specificità; quindi, l’innervamento del racconto delle vicende tarantine nel tessuto delle più aggiornate analisi storiografiche del Ventennio, da cui gli eventi locali ricevono una luce più densa e attendibile. 
Dalla Presentazione di Giovangualberto Carducci
Presidente della Società di Storia Patria per la Puglia - Sezione di Taranto



L’Indice dei Nomi non comprende gli autori dei testi riportati nella Bibliografia, né i nomi quando attribuiti a vie, piazze, associazioni, gruppi, circoli, enti, formazioni paramilitari e militari, istituzioni pubbliche e private. 

Acanfora Antonio, Acanfora Giambattista, Acanfora Guglielmo, Accolti Gil Pietro, Acerbo Giacomo, Acquaviva Giovanni, Acton Alfredo, Adamo Eugenio, Adelchi (principe longobardo), Aiello Domenico, Alatri Paolo, Albamonte Pina, Albanese Francesco Paolo, Albano Giovanni, Albano Newton, Albore Carlo, Alemanno Domenico, Alfonzetti Mariolina, Alighieri Dante, Allegretti Raffaele, Altamura Alberto, Altieri Filippo, Amaduzzi Alessandro, Ambrosio Vittorio, Amé Cesare, Amendola Giorgio, Amendola Giovanni, Amendolito Armando, Amendolito Francesco, Amicucci Ermanno, Amodio Mario, Andriani Domenico, Angarano Giuseppe, Angarano Renato, Ansaldo Giuseppe, Arendt Hanna, Argentiero Cataldo, Arina Pasquale, Ariosto Ludovico, Aristotele, Armentani Guglielmo, Armentani Rosaria, Asor Rosa Alberto, Assennato Felice, Ataturk kemal, Augenti Achille. 

Bacchelli Riccardo, Badoglio Pietro, Baglioni Pasquale, Balbo Italo, Balsamo Luigi, Banti Alberto Mario, Barbalucca Giuseppe, Barbieri Giuseppe, Baricco Alessandro, Basile Angelo, Basile Antonio, Basile Francesco, Basile Gaetano, Basile Giulio, Basile Teresa, Bassi Augusto, Bazzani Cesare, Bellando-Rondone Vincenzo, Bello Angelo, Bello Giulia, Bello Grazia, Bendiscioli Mario, Benedetto XV, Benigni Francesco, Benigno Giuseppe, Berardi Matteo, Berchet Giovanni, Berdjaev Nikolaj Aleksandrovič, Berezin Mabel, Bernardi Ferdinando, Bernardini Nicola, Berstein Serge, Bertini Rubens, Bianchi Michele, Bianco Goffredo, Bianculli Anna, Bighin Giuseppa, Bighini Giovanni, Bissolati Leonida, Blandamura Cesare, Blandamura Davide, Blasi Alfredo, Blasi Cataldo, Blasi Gaetano, Bloch Marc, Bobbio Norberto, Boccuni Francesco, Boccuni Innocente, Boccuni Teresa, Boccuni Vincenzo, Boito Arrigo, Boldori Attilio, Bonaiuti Ernesto, Bonelli, Bonomi Ivanoe, Bonomo Cataldo, Bordiga Amedeo, Borelli Aldo, Borsari Giuseppe, Bosco Augusto, Bosco Giuseppe, Boselli Paolo, Bottai Giuseppe, Bottini Alberto, Bottini Enrico, Boulenger Marcel, Bozzoni Gustavo, Braga Adolfo, Branco Angelo, Branco Dante, Branco Italia, Branco Vittorio, Brandi Angelo, Brasini Armando, Brecht Bertold, Brillanti Salvatore, Brivio Giuseppe, Bruno Giordano, Bruno Giuseppe, Bruno Salvatore, Bruno-Strina Stefano, Buccarelli Giovanni, Buccolieri Oronzo, Buononato Giovanni, Buozzi Bruno, Burano Roberto, Businco Lino. 

Cacace Carletto, Cacace Carlo, Cadorna Luigi, Caggiano Donato, Caggiano Francesco, Cagnazzi Maria Rosaria, Calamandrei Pietro, Calcante Francesco, Calderazzo Teresa cgt Minafra, Calia Michele, Calò Giovanni, Calò Vincenzo, Camassa Paolo, Campanelli Alfredo, Campi Alessandro, Cancogni Manlio, Candelli Umberto, Candelli Vincenzo, Candelli, Candeloro Giorgio, Candida Cesare, Candida De Matteo Luigi, Candido Renato, Canetti Elias, Canfora Luciano, Cannizzaro Lorenzo, Cappiello Francesco, Capriglia Lorenzo, Capriglia Stefano, Capriulo Andrea, Capriulo Carmine, Capurso Francesco, Caputo Nicola, Caracciolo Annunziata, Caracciolo Francesco, Caramia Agilulfo, Caramia Arcangelo, Carano Giovanni, Carano Pietro Tommaso, Carbone Giovanni, Carbonelli Vincenzo, Cardelli Rinaldo, Cardone Maria, Carducci Agustini Francesco, Carducci Artenisio Giuseppe, Carducci Giosuè, Carducci Giovangualberto, Carducci Riccardo, Carella Salvatore, Caricato Francesco, Carieri Ida, Carioti Antonio, Carlon Eugenio, Carmignano Consiglio, Caro Annibal, Carolei Adalberto, Carone Francesco, Carone Tommaso, Carrieri Cosimo, Carrieri Giovanni, Carrieri Raffaele, Carrino Emanuele, Carrino Francesco, Carucci Cataldo, Casamassima Attilio, Casamassima Plinio, Casavola Gaetano, Cassone Domenico, Castellano Francesco, Cataldo Giovanni, Catanzaro Domenico, Catapano Pietro, Catapano-Vinci Pietro, Cavallero Ugo, Cavallo Fortunato, Cecchini Guglielmo, Čechov Anton, Ceci Amedeo, Cecinato Angelo, Cervi Mario, Cervo Cataldo, Cervo Giuseppe, Cesare Gaio Giulio, Cesareo Angelo, Cesareo Felice, Cesareo Giovanni, Cesareo Pasquale, Cesari Antonio, Chabod Federico, Chaplin Charlie, Chateaubriand François René, Chianura Cesare, Chiappelli Giuseppe, Chiavarone Ermenegildo, Chirulli Raffaele, Chiurco Giorgio Alberto, Ciaccia Francesco, Ciaccia Raffaele, Ciano Costanzo, Ciarlantini Franco, Cicala Ignazio, Cicala Innocente, Cicerone Marco Tullio, Cigliese Nicola, Cimirro Filomena cgt Calderazzo, Cioni Oreste, Cipriani Lidio, Claudio Luca, Coco Primaldo, Codacci-Pisanelli Alfredo, Colarizi Simona, Colizzi Ernesto, Colletta E., Collodi Carlo, Colucci Alfredo, Colucci Antonio, Colucci Fernando, Colucci Giovanni, Colucci Leonida, Colucci Ubaldo, Comisso Giovanni, Como Francesco Paolo, Consiglio Emilio, Consiglio Luigi, Conte Antonio, Conte Francesco, Conte Grazia, Contegiacomo Vincenzo, Conti Leonardo, Corsi Ivone, Cosa Antonio, Cosa Giovanni, Cosa Pietro Paolo, Cospito Antonio, Costa Mario, Costa Sanseverino Luciana, Costantino Giovanni, Crainz Guido, Criscuolo Alessandro, Cristoforo Giovanni, Croce Benedetto, Croce Eugenia, Crocicchio Olimpo, Cunteri Ernesto, Cunteri Luigi, Curcio Carlo, Cusimano Salvatore. 

D'Alconzo Francesco, D'Alconzo Pietro, D’Ammacco Nicola, D’Andrea Ettore, D’Annunzio Gabriele, D’Apolito Vito, D’Aquino Vincenzo, D’Arpe A., D’Ayala Valva Pietro, D’Ayala Valva Roberto, D’Eredità Angelo, D’Eredità Francesco, D’Ippolito Lucia, D’Ippolito Nino, D’Oro Antonio, Dadam Loris, Damasco Vincenzo, De Ambris Alceste, De Amicis Edmondo, De Benedictis Nicola, De Biase Alessandro, De Biase Antonio, De Bono Emilio, De Cataldo Rosetta, De Cesare Renato, De Falco Nicola, De Felice Renzo, De Franco Amerigo, De Franco Liliana, De Gasperi Alcide, De Gennaro Antonio, De Grazia Victoria, De Gregori Luigi, De Gregorio Elio, De Luca Erri, De Lucrezis Michele, De Marco Pietro, De Marco Vittorio, De Marinis Errico, De Marinis Stefano, De Matteo, De Musso Rosa, De Noto Francesco, De Noto Michele, De Pace Cataldo, De Pace Manlio, De Pace Raffaele, De Pasquale Mario, De Risio Carlo, De Roma Angelo, De Rosa Gabriele, De Rossi Francesco, De Russis Camillo, De Russis Giuseppe, De Sanctis Giacobbe, De Siati Orazio, De Stefano Paolo, De Vecchi Cesare Maria, De Vincentiis Eduardo, De Vincentiis Leonida, De Vincentis Albino, De Vita Angelo, De Vita Bartolomeo, De Vitis Arnaldo, De Vito Leonardo, Del Gaudio Margherita, Del Piano Pietro, Del Prete Giuseppe, Del Sordo Ignazio, Del Vecchio Biagio, Del Vecchio Michele, Della Torre Giacomo, Delli Ponti Pasquale, Dente Degli Scroveni, Desmond Norma, Di Bello Nicola, Di Capua Luisa, Di Capua Pasquale, Di Donato Gennaro, Di Giacomo Salvatore, Di Grazia Giuseppe, Di Marco Francesco, Di Marco Stefano, Di Mase Pietro, Di Maso Stefano, Di Mitri Giovanni, Di Noia Pietro, Di Palma Federico, Di Palma Silvio, Di Pretoro Francesco, Di Roma Pietro, Di Stefano Carlo, Di Vagno Giuseppe, Diana Demetrio, Diaz Armando, Diena Emanuele, Diena Raffaele, Dimase Pietro, Donaggio Arturo, Donato Antonio, Doria Salvatore, Dragone Angelo, Duggan Christopher, Durante Michele, Durazzano Giuseppe. 

Eco Umberto, Engels Friedrich, Enver Ismail, Eraclito, Ercolini Michele Maria, Errico Enrico, Esiodo, Esposito Salvatore, Ettorre Giuseppe. 

Facta Luigi, Fago Domenico, Fago Ferdinando, Fago Vincenzo, Falco Oreste, Falcone Oreste, Farina Ferdinando, Farinacci Roberto, Fedele Mario, Federzoni Luigi, Fenoglio Beppe, Ferrajolo Luigi, Ferraris Dante, Ferraro Giuseppe, Ferrero Guglielmo, Ferroni Giulio, Festa Achille, Festa Francesco, Festa Gennaro, Fidenzio Angelo, Fighera Alfredo, Fiore Gaetano, Fiore Tommaso, Fiorillo Eduardo, Fissore Domenico, Flacco Quinto Orazio, Flaiano Ennio, Flora Francesco, Flores Ferdinando, Focarile Cristiano, Foco Lorenzo, Fogazzaro Antonio, Folco Matteo, Foresio Giovanni, Foresio Michele, Forges Davanzati Roberto, Fornaciari Bruno, Fornaciari Enzo, Fornaciari Mario Bruno, Fornari Alessandro, Fornari Harry, Forti Umberto, Fortunato Enzo, Fortunato Giustino, Foscolo Ugo, Foti Luigi, Fracasso Pasquale, Franchini, Franco Francisco, Franco Guido, Franco Vito, Francobandiera Giuseppe, Franzi Leone, Franzinelli Mimmo, Frascella Raffaele, Fratini Alfonso, Fuad I d’Egitto, Fullone Francesco, Fullone Pasquale, Fumarola Carlo, Fumarola Francesco. 

Gabriele Cosimo, Galantino Giuseppe, Galantino Mauro, Galilei Galileo, Gallia Adriano, Gallitelli Nicola, Gambardella Andrea, Gardini Ernesto, Gardini Luigi, Gargiulo Luigi, Garibaldi Giuseppe, Garrieri Lucia cgt Greco, Gemelli Agostino, Genoviva Armando, Genoviva Giovanni, Genoviva Pietro, Gentile Emilio, Gentile Giovanni, Gentile Raffaele, Giannese Emanuele, Gigante Nicola, Gioberti Vincenzo, Giolitti Giovanni, Giorgio Antonio, Giovannini Elio, Giovannini Paolo, Giovinazzi Raffaele, Giua Michele, Giudetti Angelo, Giudetti E., Giudetti Eugenio, Giudetti Giacomo, Giudice Gaspare, Giudici Giovanni, Giulietti Giuseppe, Giuriati Giovanni, Giusfredi Luigi, Giusti Amedeo, Giusti Riccardo, Giustiniani Onofrio, Gobetti Pietro, Goddard Paulette, Godeas Bruno, Gorgoni Giustiniano, Gorjux Giuseppe, Graffone Angelo, Grammatica Maria Francesca, Gramsci Antonio, Grandi Dino, Grassi Casimira, Grassi Enrico, Grassi Giuseppe, Gravina Luigi, Graziani Rodolfo, Graziano Saverio, Greco Antonio, Greco Domenico, Greco Ettore, Greco Gennaro, Greco Innocente, Greco Mario, Greco Nicoletta, Greco Umberto, Gronchi Giovanni, Guadagnolo Mario, Gualtieri Umberto, Guardone Cesare, Guardone Luigi, Guarino Giuseppe, Gusberti Massimiliano, Guzzoni Alfredo. 

Hemingway Ernest, Hitler Adolf, Host Venturi Giovanni, Hume David. 

Iacobellis Giulio, Imbimbo Pietro, Imperatrice Pasquale, Indini Pietro, Interminei Alessio, Intermite Antonio, Intermite Emilio, Intermite Mario, Isnenghi Mario, Iurlaro Antonio, Iurlaro Francesco, Iurlaro Giuseppe, Iurlaro Palma, Iurlaro Pasquale, Iurlaro Riccardo, Iurlaro Vincenzo, Iurlaro Vittoria, 208n. 

Jacovelli Gianni, Jannelli Vincenzo, Jarach Federico, Jurlaro Attilio, Jurlaro Vincenzo. 

La Gioia Antonio, La Gioia Cataldo, La Gioia Francesco, La Gioia Luigi, La Gioia Nicola, La Nave Francesco Paolo, La Sorsa Saverio, La Torre Angela, La Torre Giuseppe, La Torre Maria, Labalestra Antonio, Lamanna Raffaele, Lamarmora Alessandro e Alfonso, Lamberto Baldia Ida, Landra Guido, Latagliata Angelina, Latagliata Emanuele, Latanza Giacomo, Laterza Antonio, Lauricella Empedocle, Lazzaro Angelo, Le Bon Gustave, Le Goff Jacques, Lecce Erminio, Ledeen Michael, Legali Giuseppe, Legati Giuseppe, Leggieri Camilla, Leggieri Maria, Lemma Florindo, Lemma Nicola, Lenti Nicola, Lentini Giuseppe, Leone Alfonso, Leone Angelo, Lévi-Strauss Claude, Ligonzo Armando, Ligurco, Lippolis Giovanni, Liuzzi Paolo, Lo Conte Francesco, Lo Giudice Franco, Lo Giudice Prospero, Lo Giudice Sebastiano, Lo Martire Nino, Lodolo Pietro, Loiacono Giuseppe, Lombardi Giuseppe, Lombardo Radice Giuseppe, Lopez Maria Emanuela, Losa Ugo, Lotta Francesco, Luccarelli Ignazio, Lucifero Alfredo, Ludovico Francesco, Luisi Francesco, Luisi, Lungarini Antonio Abate, Lupo Filippo, Lupo Guido, Luzzatto Sergio, Lyttelton Adrian. 

Maccaroni Curzio, Macchetti Enrico, Macciocchi Maria Antonietta, Mack Smith Denis, Maffizzoli Giuseppe, Maffizzoli Ignazio, Maggi Genoveffa, Maglione Ilda, Magnini Milziade, Magno Donato, Maione Ernesto, Malato Francesco, Malato Nicola, Malraux André, Mameli Goffredo, Mancini Pasquale, Mancone Egidio, Mandese G., Mandese Nicola, Mandragora Leonardo, Mandrillo Piero, Mangiavacchi Massimo, Mangone Nicola, Manigrasso Arnaldo, Manisco Armando, Mannarini Pifferi Emma, Mannarini Ubaldo, Manzoni Alessandro, Maraglino Vito, Marchese Angelo, Marchi Aurelio, Marco (evangelista), Marconi Guglielmo, Marghinotti Lare, Mariani Vincenza, Mariano Adalberto, Marinelli Fosco, Marinetti Tommaso Filippo, Maringola Giuseppe, Marino Aurora, Marino Carlo, Marino Francesco, Marino Mario, Marpicati Arturo, Martellotta Filomena, Martellotta Vincenzo, Martinesi Luigi, Martini Andrea, Martini Giuseppe, Martini Mario Augusto, Martucci Angelo, Martucci Antonio, Martucci Cosimo, Marx Karl, Masi Giuseppe, Massafra Piero, Massante Alessandro, Massara Katia, Massari Luigi, Massari Pietro, Mastidoro Angelo, Mastrandrea Giandomenico, Mastrocinque Beniamino, Mastrocinque Fortunato, Mastronuzzi Angela, Mastronuzzi Girolamo, Mastronuzzi Giuseppe, Mastropasqua Francesco, Matarrese Ettore, Matarrese Renato, Matichecchia Giovanni Battista, Matteotti Giacomo, Matteucci Giuseppe, Mauro Aristide, Mazzella Orazio, Mazzilli Beniamino, Mazzini Giuseppe, Mazzoni Nino, Meda Filippo, Meli Giuseppe, Melissani Pasquale, Mellone Federico, Mellone Francesco, Melon Ruggero, Melzi Giovanni Battista, Mendola Alfredo, Menotti Serrati Giacinto, Mercantini Luigi, Meriano Francesco, Merlino Francesco Saverio, Messina Giuseppe, Messinese Francesco, Messinese Giuseppe, Mesto Antonella, Meta Giuseppe, Miadonna Egidio, Miccoli Armando, Migliarese Giuseppe, Miglioli Guido, Mignogna Nicola, Milella Giuseppe, Milella Paolo, Milza Pierre, Minafra Angela, Minafra Filippo, Minafra Giulio, Minafra Italo, Minafra Michele, Minervini Francesco, Minervini José, Mininni Giustino, Mira Giovanni, Mirasole Alfredo, Misuri Alfredo, Modigliani Giuseppe Emanuele, Moleti Arturo, Monaco Francesco, Monaco Ignazio, Mondolfo Rodolfo, Mongelli Cataldo, Mongelli Giovanni, Montanari Francesco, Montanelli Indro, Montesano Giuseppe, Montgomery Bernard Law, Moresca Luigi, Morino Mario, Moriondo Domenico, Mormile Italo, Moro Aldo, Moro Lucio, Moscatelli T., Moscogiuri Raffaele, Mosse George Lachmann, Motolese Domenico, Motolese Telesio Bernardino, Motolese Telesio Nicola, Murianni Cataldo, Murianni Francesco, Murianni Vincenzo, Mussolini Benito, Musumeci Mario, Muti Ettore. 

Nadi Nedo, Nardelli Francesco, Nardelli Pietro, Nasole Francesco, Natale Francesco, Natali Remo, Natoli Ferdinando, Negro Rosario, Nenni Pietro, Nerone Claudio Cesare, Nese Domenico, Nicoletti Giuseppe, Ninfole, Nistri Roberto, Nitti Francesco Saverio, Nitti Ignazio. 

Oggianu Giuseppe, Omero, Orlando di Roncisvalle, Orlando Gaetano, Orlando Vittorio Emanuele, Ortesta Nicola, Ortolani Giovanni, Orwell George. 

Paciello Nicola, Padovani Ercole, Padovani Ezio, Palla Marco, Palleria Francesco, Palma Angelo, Palminteri Cesare, Palmiotti Gennaro, Palmisano Angelo, Palombella Antonio, Palumbo Giovanni, Palumbo Giuseppe, Palumbo Nicola, Palumbo Vincenzo, Pampillonia Pietro, Panetta Nicola, Panico Angela, Pantaleo Alberto, Pantaleo Domenico, Pantaleo Giuseppe, Papini Giovanni, Pappacena, Parabita Angelo, Paradiso Vito Maria, Parisi Antonio, Parisi Edoardo, Pasella Umberto, Pastorelli Pietro, Paulus Friedrich, Pavone Armando, Pavone Saverio, Pelillo Marco, Pellè Giovanni, Pellegrino Giuseppe, Peluso Francesco, Peluso Giacinto, Pende Nicola, Pennuzzi Mario, Penta Giuseppe, Perboni Giulio, Perekladin Jefim Fomic, Pernice Agostino, Pernisco Carmelo, Perpetua, Perretti Ferdinando, Perrone Alessandro, Perrone Edmondo, Perrone Luigi, Pescione Raffaele, Petacco Arrigo, Petrunti Cosimo, Petrunti Teresa, Petruzzi Augusto, Petruzzi Silvestro, Piangiolino Pietro, Picardi Nicola, Piccione Angelo, Piccione Cosimo, Piccione Enrico, Piccione Giovanna, Piccione Ida, Piccione Luigi, Piccione Raffaele, Piccoli Luigi, Piccoli Vincenzo, Picone Giovanni, Piedilato Giuseppe, Piepoli Francesco, Pierri Baffi Myriam, Pierri Lucio, Pignatale Francesco, Pignatale Nicola, Pignatelli Gianluigi, Pignatelli Giuseppe, Pignatelli Grazia, Pilolli Domenico, Pinocchio, Pio XI, Pio XII, Pionetti Maria, Pirandello Luigi, Pirelli Giovan Battista, Pirro Francesco, Pirro Plinio, Pisani Caterina, Pisapia Luigi, Pizzigallo Matteo, Pizzo Giuseppe, Pizzolla Luigia cgt Petrunti, Platania Luigi, Plutarco, Polito Pietro, Pollard John, Pomarici Antonio, Pompeo Gneo Magno, Ponzio Angelo, Porcari Antonia, Porta Gianfranco, Portacci Niccolò, Portone Pasquale Amedeo, Pratelli Dante, Presicci Carlo, Presicci Cesare, Presicci Giovanni, Pretelli Matteo, Prezzolini Giuseppe, Prinzi Daniele, Procacci Giuliano, Proietti Pasquale, Puccini Giacomo, Pugliese Maria Filippo, Pugliese Umberto, Pupino Carbonelli Giuseppe, Pupino Carbonelli Pietro. 

Quagliati Antonio, Quagliati Giuseppina, Quagliati Quintino, Quaranta Gaetano, Quaranta Nicola, Quero Giuseppe, Quintieri Maria Luigia. 

Raffo Giovanni, Raffone Rodolfo, Ragusa Armando, Ragusa Martino, Ragusa Ugo, Ramatti Mario, Ramellini Giuseppe, Rapesi Giuseppe, Rastelli Paolo, Regini Giuseppe, Riccardi Giuseppe, Ricci Francesco (sacerdote), Ricci Francesco, Ricci Marcello, Ridola Domenico, Ridola Pasquale, Rinaldi Michele, Rispoli Francesco, Rivara Luigi, Rizzi Alberto, Rizzo Antonio, Rizzo Dino, Rizzo Giuseppe, Rizzo Manlio, Roberto Giuseppina, Roberto Teresa, Rocca Gianni, Rocco Alfredo, Rochat Giorgio, Rochira Francesco, Rochira Giovanni, Rochira Vittorio, Romanazzi Antonio, Romandini Mario, Romano Catello, Rondinelli Mario, Roosevelt Franklin Delano, Rosselli Carlo, Rosselli Nello, Rossi Aldo, Rossini Nicola, Rota Ettore, Rotondella Angelo, Rotondella Carmine, Rotondella Francesco, Rotondella Tommaso, Ruggio Pier Luigi, Rugno Vittorio Emanuele, Ruocco Alberto, Russi Giuseppe, Russi Nicola, Russo Domenico. 

Sabbatucci Giovanni, Sacco Giuseppe, Sacco Pietro, Salandra Antonio, Salerni Dario, Salgari Emilio, Salvatorelli Luigi, Salvemini Gaetano, Sampietro Cosimo, Sandri Guglielmo, Sangiorgio Eduardo, Sangiorgio Giuseppe, Sangiorgio Rodolfo, Sanseverino Giovanni, Sansonetti Giulio, Sansonetti Luigi, Santovito Teresa, Sardi Luca, Sarli Placido, Sarno Emilio, Sassanelli Rosa cgt Boccuni, Savorgnan Franco, Scaglione Carmelo, Scarangella Giacomo, Scarano Giuseppe Antonio, Scardaccione Elisa, Scardigna Gaetano, Schena Anna, Schena Eugenio, Schena Nunzio, Schiavone N., Schiavoni Vittorio, Scialpi Francesco, Sciorilli Borrelli Umberto, Scoppetta Luigi, Scorza Carlo, Seghezzi Anton Federigo, Sellitti Domenico, Semeraro Alberigo, Semeraro Giacomo, Sepe Francesco, Serena Adelchi, Sergi Pantaleone, Serio Gioachino, Serio Luigi, Sestino Enrico, Sestino Gabriele, Sforza Carlo, Sforza Pasquale, Sgambelluri Angelo, Sgobba Cosimo, Sibilla Francesco, Silone Ignazio, Silvestri Michele, Siragusa Giuseppe, Soffici Ardengo, Sole Fortunato, Solito Pasquale, Spada Nicola, Spadolini Giovanni, Spagnoletti Giacinto, Spagnuolo Carmelo, Spanò Ferdinando, Spanò, Spartera Giovanni, Speranza Arcangelo, Speziale Laura, Spilotros Grazia, Spinosa Antonio, Starace Achille, Stea Giuseppe, Stellato Cosimo, Sturzo Luigi. 

Tagliaferri Giuseppe, Tagliaferro Giacomo, Tagliente Sigismondo, Talillo Andrea, Tallarigo Marcello, Tamborino Maria Luisa, Tamborino Vincenzo, Tancorra Anna, Tanzi Maria Grazia, Tarantini Giuseppe, Tarantino Gino, Tarantino Italo, Tartarini Giulio, Tasco Vincenzo, Tebano Armando, Tebano Ercole, Tebano Liborio, Terzaghi Michele, Terzulli Francesco, Testay Pietro, Thaon Di Revel Paolo Ignazio, Thaon Di Revel Paolo, Tisè Mario, Tobino Mario, Todaro, Toffetti Sergio, Togliatti Palmiro, Tolstoj Leone, Tommaseo Niccolò, Tommasi Donato, Torro Antonio, Torro Michele, Toscanini Arturo, Tosi Gianfranco, Tramaglino Renzo, Tranfaglia Nicola, Trani Pietro, Treves Claudio, Treves Guido, Trioli Carlo, Trisolini Ettore, Trizzino Antonino, Troilo Francesco, Trotta Antonio, Trotta Matteo, Turati Augusto, Turati Filippo, Turi Antonio, Turi Giuseppe, Turi Matteo. 

Ursoleo Emidio. 

Vagnarelli Ottorino, Valente Francesco, Valentinis Ugo, Valeri Egidio, 1Vallone Antonio, Vanacore Catella, Vegliani Franco, Venditti Donato, Venezia Nicola, Ventrone Angelo, Verde Raffaele, Verdi Giuseppe, Vernè Vittorio, Vespa Bruno, Vidotto Vittorio, Vidussoni Aldo, Viesti Giuseppe, Villari Lucio, Vinci Pasquale, Vinci Stefano, Viola Attilio, Viola Cesare Giulio, Virgilio, Viscardi Ettore, Viscardi Mario, Visco Sabato, Viterbo Michele, Vitti Domenico, Vittorio Emanuele II, Vittorio Emanuele III, Voccoli Francesco, Voccoli Libero Ribelle, Voccoli Odoardo, Voccoli Wsevolod, Volpi Adelson, Volta Alessandro, Vozza Giuseppe, Vozza Nicola. 

Wilson Thomas Woodrow. 

Yourcenar Marguerite. 

Zanardelli Giuseppe, Zanframundo Pietro, Zaniboni Tito, Zarcone Salvatore, Zavattari Edoardo, Zito Archita, Zito Cataldo, Zito Cosimo, Zito Elia Giuseppe, Zito Piero, Zocchi Ernesto, Zog I Ahmet, Zuccardi. 

mercoledì 18 novembre 2020

Liborio Tebano, voce del vernacolo tarantino

Nello stesso 17 novembre, Taranto piange la scomparsa di Liborio Tebano (Matera 14 ottobre 1866). È una delle voci più belle, pulite, genuine del vernacolo tarentino. 

Quale tarentinità 
Tebano è l’esempio d’una tarentinità che non è un dato genetico, quanto soprattutto culturale. Si può nascere a Taranto senza alcuna tarentinità, vivendo da residenti e non da cittadini. Si può venire a Taranto da lontano o, come Tebano, da Matera a 14 anni e innamorarsi di questa città, dei colori, dei suoni, degli odori, delle prelibate primizie e delle celebrate delizie e, non meno, delle sue stridenti contraddizioni, indossarne l’habitus, condividere le tradizioni, interiorizzando l’eco di un tempo sempre vivo, di una cultura giammai sfiorita, cui attingere - avendo presente la volontà divina, cume vo' Ddije! - per un futuro migliore. Insomma, Tebano è un tarentino a tutto tondo e Giacinto Peluso riconosce, a tal proposito, il «tarantino di adozione e di cuore», perché qui è la sua tarentinità, un’unione di valori e di sentimenti che si riconosce in quella Taranto, gran regina dello Jonio, “portento, bellezza, gaiezza tra due mari tanto rari!”. 

Il poeta operaio 
Tebano è anche l’espressione di una poesia dialettale che nasce da un uomo d’una straordinaria operosità, di sani principi morali, con i valori cristiani della famiglia, formatosi alla scuola del duro e onesto lavoro, con l’ancoraggio ai valori della tradizione, al sentimento della patria, a un’umanità che conosce i sacrifici della vita, che ha una cultura reale, lontana da ogni pretenziosa e vuota erudizione. È fiero nel dichiarare nei suoi versi: No' so' 'nu littarate, so' uparaje”. È deciso nella volontà di progredire, di realizzare la vocazione ontologica ad essere di più, di migliorarsi per vivere il bene, il vero, il bello, in un mondo che riconosca la santa Provvidenza, perché 'a bona sorte 'a manne Ddije!. 

“Meste Liborie” di via Cava 
A Taranto trova la donna della sua vita, Vincenza Candida, 'na cumpagna sande, a cui affida il suo cuore innamorato, arricchendo la famiglia di ben sei figli, file buene e bedde tutte quande: Umberto, Amedeo, Mario, Armando, Ercole (gli ultimi due poeti dialettali sulle orme paterne) e la tanto attesa Ida. 
Avvia un’attività artigianale nell’Isola, in via Cava; è benvoluto e stimato per la mitezza, per la disponibilità verso tutti per i quali è Meste Liborie, pronto a stare dalla parte del più povero. Denuncia una “panivendola” ingorda e usuraia, che vende a prezzo maggiorato pane di pessima qualità a un povero cavamonti, il quale, non guadagnando abbastanza, è costretto a dare in pegno il suo vestito.   

Il Liborio civis
Con Leonardo Piangiolino, Nicola Spagnoletti, Nicola Semitaio, Vincenzo Pica, Tommaso Villari ed altri amici, è tra i fondatori d’una Società di Mutuo Soccorso che, fra l'altro, costituisce il “maritaggio”, un fondo dotale per consentire alle ragazze meno abbienti di avere il necessario corredo per sposarsi. Con sentimenti sinceramente patriottici, è il primo in città a lanciare un pubblico appello al sindaco Francesco Troilo per erigere un monumento ai Cinquecento caduti tarantini della Prima guerra mondiale. 
È consigliere comunale nell'Amministrazione guidata dal sindaco Vincenzo Damasco, consigliere della Banca Agricola e Commerciale, è anche tra i fondatori di una scuola serale popolare gratuita intitolata a Francesco Bruno, affiancato dall'amm. Curzio Maccaroni, dal dott. Vincenzo Guadalupi, dal capo stazione don Mimì Comunale, dal prof. Angelo Iurlaro e da altre benemerite personalità locali. 

La poesia come luogo di amicizia 
La sua bottega di via Cava è il salotto della poesia dialettale tarantina, dove è possibile incontrare Niccolò Tommaso Portacci, Michele De Noto, Angelo De Florio, Vincenzo Gigante, Cataldo e Giannino Acquaviva, Antonio Torro … Quest’ultimo parla di Tebano nel 1925 come «uno degli uomini più puri e sinceri della nostra Taranto. Lavoratore senza riposo, padre di famiglia esemplare, poeta che ha intatte le visioni della prima età, sa elevarsi sulla folla alla ricerca del bene, del bello, del vero». 

Le rime in note 
Tutte belle le poesie dialettali di intonazione popolaresca, molte delle quali musicate con successo. 
Tagghi’a ccurte, Fulumè parla dei sospiri dell’innamorato per la sua ragazza bionda rizzetedde e della voglia di vincere con l’amore le miserie che impediscono le giuste nozze; è musicata dal M° Vincenzo Quintavolo e premiata con diploma d’onore nella I Festa della Canzone del 1932, indetta dal Dopolavoro Provinciale di Taranto. 
Bedda Uagnedda, la sola stella creata da Dio, 'a sola stedda ca crijò Ddije
, oggi ricordata nei vicoletti della città vecchia solo da qualche meno giovane, viene musicata dal M° Quintavolo e presentata con successo alla Piedigrotta tarantina del 7 settembre 1919. 
‘A trambi’ a Tarde esprime la gioia per l’inizio dei lavori della tranvia cittadina con una tarantella musicata dal M° Quintavolo nel 1922. 
Altri versi di Tebano sono felicemente musicati come A Feste de l’uve dal M° Facilla in occasione della III Festa dell’Uva del 1932, Sce’ vennemame dal M° Luca De Luca per la Piedigrotta tarantina del 1933, A vennegne dal M° Quintavolo e presentata alla III Festa nazionale dell’uva del 1936. 

La poesia come lode 
Tante le poesie con sincere lodi ad amici e a personalità locali: a Vito Forleo onorato per il suo “ideale: / raccoglier poesia dialettale / dei poeti di Taranto Bimare”; a Emilio Consiglio, a cui confessa che scrive qualche poesia, abbracciando la fantasia, per dimenticare le contrarietà della vita e pe scurdarle, abbrazz'a fandasije, / vèche ci 'addrizze 'nquarche poisije!; ad Antonio Torro, assennato con tanto sale in zucca (Tu tiene a quidde cokkre tanda sale) e con un’anima candida e occhi belli come due stelle (Anema chiare tiene cum'a neve, / uèchie lucende cume so' do' stedde); a Giovanni Paisiello che merita di essere giustamente onorato dalla sua città; a Cosimo Palumbo, Giovanni Acquaviva, Nicolino Gigante, Michele De Noto, Filippo Di Roma, Angelo De Florio. Dedica poesie in lingua italiana ad Alessandro Criscuolo, Luigi Di Serio, Angelo Berardi, Gabriella Sommi Picenardi, Giovanni Spartera, Carlo Natale, Umberto Notari, Maria Luisa Tamborino, mons. Ferdinando Bernardi. 

Le poesie gnomiche 
La prolifica produzione letteraria comprende fiabe e leggende in versi con animali parlanti (la tartaruga e la lepre, la rana e il lucertone, la pulce e l’elefante, la formica e la cicala, l’asino con la pecora e il lupo, la capra e i capretti, il gatto e il topolino, ecc.) con la finalità di consigliare, alla luce della sapienza popolare, una condotta di vita saggia, all’insegna del bene, in un mondo d’amare, perché Iddio ‘u munne c'à criate s'à d'amare. 

Una piazza per il poeta
Solo qualche anno fa, la precedente Amministrazione comunale ha dedicato una piazza al poeta nel quartiere “Tamburi” per onorarne la memoria e l’opera (raccolta in un testo del 1965, L’acquasale, curato dai figli Ercole e Armando). Ogni toponimo costituisce, soprattutto, un impegno per promuovere, ad un livello sempre più alto, la memoria delle nostre tradizioni, della lingua locale e di chi è stato benemerito nella storia della città. La poesia dei nostri poeti dialettali è un patrimonio che contribuisce non solo a conservare il passato, a mantenere viva un’appartenenza che si rischia di smarrire; è il fondamento, è l’anima della identità culturale di una comunità, senza la quale non si sa da dove si viene, né dove andare!

Guglielmo Matichecchia, Liborio Tebano, voce del vernacolo tarentino, in “Buonasera Taranto”, Anno XXVIII, 18 novembre 2020, n. 230, p. 17.

martedì 17 novembre 2020

Un tarantino di quelli che han sempre a cuore la città nativa


Ottant’anni fa, domenica 17 novembre, la scomparsa “improvvisa e dolorosa” a Roma di Vincenzo Fago (Taranto, 28 aprile 1875). Gli è accanto la moglie Lilia, la donna del «soave nido… [che] …tanta dolcezza diede alla mia vita» e, trenta giorni prima che questa vita «a inabissar s’appresta» è ella «a raddolcir l’estremo mio cammino». Vincenzo Fago muore con la mano nella mano di Lilia con quella dolcezza di chi, nel suo ultimo sguardo, trova, come orizzonte, il volto della persona amata. Al cordoglio della famiglia partecipano gli amici più cari del mondo della cultura, della politica con messaggi provenienti da più parti anche dall’estero e, tra questi, non manca quello del sovrano che ha avuto modo di apprezzare personalmente l’opera preziosa di Fago per migliorare i rapporti tra l’Italia, l’Egitto e gli altri Paesi mussulmani che si affacciano nel Mediterraneo. 

Il volontario esilio
Poliglotta, studioso, storico, giornalista, diplomatico, è per la “Voce del Popolo” un «tarantino di quelli che han sempre a cuore l’immagine, il ricordo, l’amore della città nativa. Vincenzo Fago fa parte di quella “schiera di tarantini – nota il poeta e commediografo dialettale Cataldo Acquaviva (1885-1969) nel 1941 - ai quali questo nostro àmbito paesano troppo angusto e ristretto si manifestò per potervi svolgere convenientemente le forze vitali del proprio ingegno ed affermarsi nei campi più disparati del sapere e dell’arte”. Così Fago, terminati gli studi liceali, è esule volontario a Roma per laurearsi prima in lettere e poi in giurisprudenza e dove dal 1903 entra nell’organico delle biblioteche governative e, in particolare, nella Biblioteca nazionale centrale “Vittorio Emanuele II”, portando sempre «nel cuore - così lo ricorda l’amico Cesare Giulio Viola (1886-1958) - la luce dei tramonti jonici e il sentimento della natura, tipico dei lirici greci». 

La tarentinità
Fago è l’esempio di quella tarentinità di «ille terrarum … praeter omnes / angulus ridet» che, quando c’è, non si logora con la lontananza e con il tempo; si porta sempre con e dentro di sé, essendo - come afferma l’Autore di “Pater” - «una visione jonica dell’arte e della vita: un riallacciamento agli spiriti della Magna Grecia». La tarentinità è bellezza che ha radici profonde in una cultura che è ponte tra popoli e civiltà, che è nel suo passato di «nobilis et opulenta urbs» (Tito Livio), nella sua origine «circondata da un velo mitico e divino» (Ferdinand Gregorovius) e, non meno, in quel futuro di cui il presente dovrebbe avvertire molto più la grande responsabilità. 

Nel ricordo degli amici 
L’amico Renato Angarano, redattore della “Voce del Popolo”, ricorda il giovane Fago «bellissimo nell’aspetto, alto, eretto, elegante, ammirato e ambito da non poche elette donne del tempo»; è un abituale ospite dell’elegante salotto dell’archeologa Ersilia Caetani Lovatelli, la prima donna a far parte dell’Accademia dei Lincei, dove è “uno dei frequentatori più simpaticamente graditi” che sa «intendere dibattere, in acute trattazioni, i problemi fondamentali con sottili riferimenti alle glorie e alla potenza del passato e alle esigenze dell’avvenire» e dove è possibile incontrare i più noti esponenti della cultura letteraria italiana, tra i quali il Carducci e D’Annunzio. È un assiduo frequentatore della “terza saletta” del celebre Caffè Aragno di via del Corso, battezzata da Orio Vergani “il sancta sanctorum della letteratura, dell’arte e del giornalismo”, dove Guelfo Civinini gli dedica una delle tante strofe divertenti riservate agli amici: «C’era pure Vincenzo Fago / col suo splendido gilè / che specchiava la sua imago / negli specchi del caffè». Vito Forleo, legato da giovanile amicizia, ricorda la felicità di Fago quando gli si riconosceva «di essere il banditore più ascoltato delle nostre “delizie”» e la bella lettera con cui aveva presentato Taranto a Marinetti «sotto i più amabili aspetti, comprese le “chiancarelle”». 

Da Taranto nel mondo
Fago non possiede solo una vasta cultura e notevoli qualità professionali. Infatti, Abbas Hilmy, ultimo Khedivè d’Egitto, gli riconosce “le charme et la droiture”, la gentilezza, il garbo, la probità e la rettitudine. È prestigioso l’incarico nel 1908 per allestire la Biblioteca universitaria a Il Cairo, dove lavora fino al 1912 o 1913. In tali anni, assume l’incarico di capo di gabinetto del principe Fuad, poi re d'Egitto; fonda l'Agenzia telegrafica italiana al Cairo. Negli anni successivi alterna brevi periodi di rientro alla Biblioteca nazionale di Roma con altri incarichi per il Ministero degli Esteri. Partecipa alla I guerra mondiale, come tenente di fanteria in Carnia e in missioni speciali in Grecia e a Costantinopoli per l'Ufficio Informazioni del Comando supremo, congedandosi nell'ottobre 1919. È in Anatolia presso Kemal Ataturk durante la guerra greco-turca (1919-1922) e, quindi, in Cirenaica e negli Stati Uniti, in varie missioni, per il Commissario dell'emigrazione. Nel 1926-1928 è incaricato della direzione dell'Ufficio scambi internazionali al Ministero della P.I. Prende parte dal 1926, con Luigi De Gregori, alle attività internazionali che portano alla nascita dell'IFLA (Federazione internazionale delle associazioni e istituzioni bibliotecarie), partecipando ai congressi di Atlantic City (1926) e Edimburgo (1927), diventando vicepresidente del Comitato internazionale dell’IFLA e segretario generale del I Congresso mondiale IFLA, tenuto a Roma e Venezia nel 1929. Fa parte nel 1930 del Comitato promotore dell'AIB (Associazione italiana biblioteche). È in servizio fino alla morte nella Biblioteca nazionale centrale di Roma, restando per lo più comandato altrove per le esigenze del Ministero degli Esteri. 

L’opera letteraria
Fago è apprezzato come poeta, critico d'arte e di letteratura, autore di varie opere di storia pugliese e sul mondo arabo. È l’autore nel 1906 del famoso saggio Taranto “La Voluttuosa„ (che con “Pater” di Viola fa parte di quelle letture della “tarentinità” che non dovrebbero mancare nell’abitazione di ogni tarentino). Collabora con la “Nuova Antologia”, compone la silloge XV poesie (1897), il saggio critico Leone Tolstoj. L’opera e l’uomo (1901), Il romanzo in Italia (1901), Nerone di Arrigo Boito (1901), Monumenti cristiani di Taranto (1903), la raccolta di poesie Discordanze (1905). Pubblica Arte araba. Arte araba nella Siria e in Egitto (1909), L’Università egiziana di Cairo (1909), Echi islamici: l’ultimo Khedive? (1914), Enver pascià, la Cirenaica e l’Egitto (1914), nonché saggi sul porto mercantile e sul museo di Taranto. 

Per sempre nella sua Taranto
Dopo la sua scomparsa, l’Amministrazione Comunale, con delibera del 28 novembre 1942 del commissario prefettizio Pietro Pampillonia, decide di onorarne la memoria, accogliendo la sua salma vicino a quelle di Antonio Russo e di Mario Costa, in una sepoltura perpetua che possa significare la gratitudine della città verso il figlio illustre da additare alle future generazioni, come esempio della migliore tarentinità.

Guglielmo Matichecchia, Un tarantino di quelli che han sempre a cuore la città nativa, in “Buonasera Taranto”, Anno XXVIII, 17 novembre 2020, n. 229, p. 17.

lunedì 16 novembre 2020

LA NOTTE DI TARANTO: UNA QUESTIONE ANCORA APERTA


Ottant’anni fa, l’11 novembre 1940, nel giorno del settantunesimo genetliaco del re, mai alcuno avrebbe pensato che gli inglesi potessero partecipare ai festeggiamenti in onore di Vittorio Emanuele III con bengala al magnesio per illuminare la notte tarantina.

Una pagina nera
È una notte che rimane nella storia della città di Taranto, dell’Italia, della Marina militare e della Seconda guerra mondiale, come una delle pagine più dolorose, umilianti, una vergognosa «pagina nera», secondo una definizione riportata da Ciano nel suo diario, dove annota altresì che Mussolini «ha incassato bene il colpo e quasi sembra, in questi primi momenti, non averne valutata tutta la gravità».
È una notte terribile di orrori e di errori, di impreparazione e di disorganizzazione, di imprecazioni e di invocazioni, di paura e di disperazione, di pianti e di alte grida, di fuoco e di squassanti boati, di morti e di lutti, di danni ingenti e di pesante discredito per l’inadeguatezza e l’inaffidabilità delle nostre forze navali e dell’Italia che subiscono un altro affronto insieme alle pesanti sconfitte dell’esercito in Africa. È una notte che lascia ancora qualche importante domanda senza alcuna risposta, senza verità, inabissate e sepolte non casualmente in fondali inaccessibili.

Un bombardamento ben preparato
Il bombardamento della flotta italiana nel mare di Taranto, le vittime e i gravi danni alle navi non sono il risultato di un’occasionale azione militare degli aerosiluranti Swordfish della Royal Navy, in quanto è evidente l’accurata preparazione da parte di chi dispone di uomini, di mezzi appropriati, di nuove tecnologie, ma anche di conoscenze della realtà militare di Taranto, dei movimenti delle navi in entrata e in uscita, dei sistemi e delle strutture di difesa del naviglio all’ancora, in particolare, della protezione contraerea e di quella antisiluramento. L’ammiraglio Luigi Sansonetti, comandante della III Divisione incrociatori pesanti fino al luglio del 1941, fa pensare che gli inglesi possano avere delle spie prezzolate e che la città bimare possa ospitare “un nido di spie” a servizio della maestà d’oltre Manica, affermando «che le navi che partivano all'improvviso [dal porto di Taranto] non venivano, al contrario di quelle la cui partenza era prevista da tempo, attaccate dal nemico».
Non vanno ignorati l’inefficienza nella catena del comando piramidale della Marina militare, né la diversità di vedute tra i più alti gradi (l'amm. Domenico Cavagnari, Capo di Stato Maggiore della Marina, è al vertice e anacronisticamente ritiene che la Marina italiana non abbia bisogno di portaerei e di un’aviazione navale) e, non ultimo, il dilettantismo dei servizi segreti delle tre forze armate organizzati a compartimenti stagno. 

L’Operazione Judgment
Per gli aerosiluranti della Mediterranean Fleet (comandata dal contramm. Andrew Cunningham), nelle loro comunicazioni in codice, “tutti i fagiani sono nel nido” e, infatti, tra il Mar Grande e il Mar Piccolo sono all’ormeggio 6 corazzate (Cavour, Doria, Duilio, Vittorio Veneto, Littorio, Cesare), 7 incrociatori pesanti (Gorizia, Zara, Fiume, Trieste, Bolzano, Pola, Trento), 2 incrociatori (Duca degli Abruzzi, Garibaldi), 29 cacciatorpediniere, la nave appoggio Miraglia e, in più, 16 sommergibili, 5 torpediniere, 4 dragamine, un posamine, vari Mas e un vasto assortimento di mezzi ausiliari di diversa tipologia per un totale di circa 200 unità navali. Con l’inizio dell’Operazione Judgment, gli equipaggi dei 21 Swordfish decollano in due ondate dalla portaerei Illustrious verso il golfo di Taranto, rientrando con la perdita di appena due velivoli.

La verità di Churchill
Churchill può vantare nella Camera dei Comuni il successo militare che «torna a onore dell’aviazione della flotta e … influenza in modo decisivo l’equilibrio della potenza navale del Mediterraneo»; dirà altresì che «entro il suo inglorioso rifugio la flotta italiana è stata sconfitta; sconfitta che sarebbe stata considerata in modo completamente diverso dall’opinione pubblica se fosse stata subita in combattimento in mare aperto. La superiorità del nemico non gli è servita che per mettere in atto una difesa passiva. L’azione su Taranto rappresenta il punto culminante della disfatta italiana» e non meno del crollo del regime fascista e della nascita della repubblica. 

La notte del tradimento
Per i tarantini il bombardamento della flotta è il frutto del tradimento e, infatti, Giacinto Peluso racconta che «la gente della strada, dotata di senso comune, attribuiva il doloroso episodio ad una sola causa: il tradimento, non c'era altra risposta.
Per tradimento, tutta la flotta italiana era stata concentrata nei nostri due mari e tenuta immobile per mesi; per tradimento non si erano rimpiazzati i palloni asportati dal vento; per tradimento non si erano messe le reti intorno alle navi.
Corre anche insistente una voce secondo la quale la sera dell'11 novembre, in occasione del genetliaco di S.M. Vittorio Emanuele, gli ufficiali erano tutti al ricevimento organizzato al Circolo di Marina e non al loro posto di comando».

Gli eroi senza volto di Taranto
Mussolini si precipita a Taranto per rendersi personalmente conto dei danni alla flotta. Per le possibili riparazioni si è costretti, nonostante il rigore delle leggi razziali, a richiamare in servizio il pluridecorato generale del genio navale Umberto Pugliese (1880-1961) per dirigere il recupero e la riparazione delle navi colpite nel porto di Taranto. Dignitosamente, il gen. Pugliese chiede solo il rimborso delle spese di viaggio e l’autorizzazione a indossare ancora l’uniforme di cui era stato ingiustamente privato. Le maestranze tarantine dell’Arsenale militare, con alto e generoso senso del dovere e con nobili sentimenti patriottici, arricchiscono la schiera degli eroi senza volto e, con prolungati orari di servizio, consentono alle navi di riprendere il mare, in tempi brevissimi e con sorpresa e ammirazione da parte della stessa marina nemica che continua a bombardare la base militare senza risparmiare le abitazioni civili del capoluogo jonico.
Solo dopo alcuni mesi, il 15 febbraio 1941, dieci giorni dopo una rapida visita di Vittorio Emanuele III alla base navale e una breve sosta nell’arsenale militare, si deciderà di “chiudere la stalla dopo che sono scappati i buoi” e, con un’ordinanza prefettizia, l’ingresso e l’uscita dalla città sarà possibile solo con un lasciapassare rilasciato dalla questura del Comune di residenza. 

Una pagina ancora aperta
Sulla notte di Taranto, a conferma di un’attenzione sempre attuale, ci sono fiumi d’inchiostro versati su giornali e riviste specializzate, in saggi e in racconti. Non pochi i convegni e gli incontri di studio, tra cui si ricordano quello di Giovinazzo (11 ottobre 2014) con la partecipazione dell’avv. tarantino Raffaele De Cataldis, recentemente scomparso, e quello di Taranto (27 novembre 2018) con gli interventi di Paola Petrone Albanese, Stefano Vinci, Claudio Rizza, Giosuè Allegrini, Vincenza Musardi Talò e la testimonianza di Paolo De Stefano. Tra i tanti che hanno scritto, vi sono alcuni protagonisti dell’epoca, storici, ricercatori e narratori e qui vanno ricordati Cesare Amé, Carlo De Risio, B.B. Schofield, Arrigo Petacco, Renzo De Felice, Indro Montanelli, Giorgio Candeloro, Antonino Trizzino, Francesco Mattesini. A livello locale, tra i numerosi autori, si rammentano Nino Bixio Lo Martire, Giovanni Acquaviva, Giacinto Peluso, Roberto Nistri, Stefano Vinci e, non ultimi, con un taglio più narrativo, Angelo Cardellicchio e Roberto Perrone.
Insomma, la notte di Taranto - definita, con i necessari distinguo, la Pearl Harbor italiana - dopo ottant’anni, resta ancora una pagina viva, una pagina aperta su cui la riflessione e la ricerca continuano.

Guglielmo Matichecchia, La notte di Taranto: una questione aperta, in “Buonasera Taranto”, Anno XXVIII, 11 novembre 2020, n. 225, p. 17.

mercoledì 14 ottobre 2020

Titina Laserra e gli occhi dell'anima

Titina Laserra, dopo “Un pomeriggio d’estate” e “Cuori in tumulto”, fa dono di un'altra perla della sua bella ispirazione narrativa con “Gli occhi dell’anima”, pubblicato per i tipi della Scorpione Editrice di Piero Massafra.


Va subito detto che per Laserra forma e contenuto non sono estranei. La bellezza e la cura della forma, della parola pensata a cui sa dare forza e pienezza di significato, di un lessico appropriato, di un periodare con una punteggiatura che accompagna il ritmo dell’azione e il respiro del lettore, arricchiscono il contenuto sempre avvincente, una storia dei nostri tempi raccontata con quella sapienza del cuore che nutre sentimenti e valori perenni.

Il romanzo si fa apprezzare per l’organicità della struttura narrativa, che evidenzia l’equilibrato dosaggio delle parti e la loro piena armonia. Il protagonista Enrico è subito presentato per il suo essere “dignitoso e onesto” in una famiglia serena, unita, moralmente sana, normale, con la mamma Teresa, attenta, premurosa, fiduciosa, delicata e discreta e mai invadente, in un ambiente di lavoro, un ufficio legale, dove da giovane penalista è costretto a districarsi nella caoticità delle leggi, sapendo instaurare buoni rapporti con i colleghi e con il titolare, secondo il quale «lo studio è una famiglia e, quando è necessario, bisogna stare uniti ed aiutarsi».

Tutto ha inizio con un incontro casuale nella strada di una cittadina del sud, in cui non è difficile scorgere Taranto, tra Enrico e Mahira, una ragazza indiana dal passato oscuro e doloroso che giunge in Italia, interrompendo in India i suoi studi universitari e occupata ora come infermiera nel reparto di cardiologia del locale nosocomio. Tutto si svolge nell’arco di poco più di un anno, con un andamento serrato, incalzante, con una trama che sa essere avvincente e coinvolgente, che sa conquistare, con l’eleganza e il garbo d’una matura narrazione, l’attenzione e l’interesse del lettore, a cui si porgono significative riflessioni e descrizioni di un incantevole paesaggio presentato con tratti di sublime poesia, perché Laserra è sempre attenta anche alle più piccole sfumature, con uno spiccato gusto del particolare e del dettaglio.

Il romanzo affronta più temi. In primo piano, quello dell’amore, qualcosa che nasce all’improvviso e giammai imposto o consigliato, neanche dalle persone più vicine, più care; quel sentimento che nasce sempre con un incontro ed è presentato con l’iniziale emozione e timore, con la forza di sconvolgere l’anima e di far battere forte il cuore, di assorbire ogni pensiero dell’innamorato ed Enrico «non fa che pensare a quella sconosciuta che ha incontrato per caso», conquistato dal suo sguardo enigmatico e dolce, dalla sua immagine ormai fissata nella sua mente e nel suo cuore senza poterla dimenticare. Mahira, orfana della madre dalla nascita e cresciuta da Mansour, uomo dalla presenza ingombrante, possessivo, arrogante e violento, è l’amore contrastato, ostacolato in ragione di una cultura che, nel Paese di origine, consente a Mansour, compensato da una buona somma di denaro, di promettere Mahira in matrimonio al non più giovane amico Hassan, che giunge in Italia per pretendere il rispetto del patto stipulato. L’amore tra Enrico e Mahira è un amore di sentimenti e di sensi, con una sessualità mai fine a se stessa, mai morbosa, oscena e senza pudore; è un amore quasi impossibile quando si sfidano mondi diversi per la sopravvivenza di integralismi che tardano a scomparire.

È un romanzo in cui il rosa, il noir, la suspence e la tensione si intrecciano, in cui lo scorrere degli avvenimenti non è mai banale, scontato, sapendo essere sempre originale e con l’imprevedibilità dietro l’angolo.

È, soprattutto, un romanzo colto, dove in filigrana l’Autrice propone, con discrezione, pillole di virtù morale, di pedagogia, di religiosità, di sociologia, affrontando - tra gli altri - il tema dell’immigrazione visto nella «moltitudine di migranti che parte dalla propria terra, alla disperata ricerca di un luogo migliore dove vivere una vita più dignitosa, insieme alla propria famiglia, che fugge dalle città dilaniate dalla guerra e affamate» e che non comporta alcun respingimento quando da parte degli immigrati c’è la disponibilità «ad aprirsi ad un mondo diverso, nuovo, libero e ad accettare tutte le novità, ma anche le difficoltà di una società così lontana dalla propria … a integrarsi attraverso lo studio della lingua del paese che ospita ed il rispetto degli usi e dei costumi oltre che della religione». Altro tema che l’Autrice mette a fuoco è quello della condizione femminile ancora succube di stereotipi non facili da sradicare e di violenze da subire impunemente. Mahira è la vittima di un mondo che calpesta la dignità della donna, solo oggetto di piacere da comprare o da vendere, sempre e solamente da usare.

Un romanzo da leggere gradevolmente, con cui l’Autrice, con profonda onestà intellettuale, invita a guardare in faccia la realtà, a saperla affrontare, con coraggio e con dignità, perché  - questo è il sugo della storia, come direbbe uno dei giganti della nostra letteratura - nella vita «momenti tristi, bui, si alternano ad altri più sereni e ci rendono più forti e tenaci per superare quelle fasi negative della nostra esistenza».

La vena narrativa di Titina Laserra saprà certamente offrire altre pagine ancor più belle per i suoi tanti lettori e ammiratori!

Guglielmo Matichecchia, Titina Laserra e gli occhi dell’anima, in “Buonasera Taranto”, anno XXVIII, 14 ottobre 2020, n. 205, p. 17.