giovedì 16 aprile 2020

Di Palma e il porto che non c'è


Il 13 aprile è ricorso l’anniversario della prematura scomparsa di Federico Di Palma (17.1.1869 - 13.4.1916) che all’inizio del secolo scorso è tra i deputati della provincia di Lecce, eletto per tre legislature nel collegio uninominale di Taranto, comprendente i comuni di Massafra, Grottaglie, Monteiasi e Montemesola.

Di Palma, nato nella città delle ceramiche, giornalista parlamentare per “Il Mattino” di Napoli, è nella Camera dei deputati una delle voci più autorevoli e ascoltate, sia in Italia che all’estero, quando si tratta di politica navale, sia militare che mercantile; è apprezzato per la spiccata competenza dei suoi interventi, quando la discussione riguarda, in particolare, il bilancio del ministero della Marina.
Piace ricordare - anche per le riflessioni che, per certi aspetti, si possono riportare alla realtà attuale - il suo vibrante discorso del 6 marzo 1913 nell’aula di Montecitorio, nel corso della discussione sul bilancio di previsione del ministero dei lavori pubblici per l’esercizio finanziario dal 1° luglio 1913 al 30 giugno 1914.

Senza porto mercantile
Di Palma affronta il problema del porto mercantile di Taranto, denunciando che, di fatto, la città è priva di tale importante infrastruttura: «Ebbene, o signori, diciamo la verità, con parole crude e sincere: … Taranto è ancora senza porto mercantile!».
Sì, perché non si può chiamare porto quello ubicato nella parte meno adatta della città, dove la sola diga di ponente non assicura la tranquillità dello specchio d’acqua, dove i fondali molto bassi non consentono l’entrata di piroscafi nemmeno di medio tonnellaggio, dove «la miserevole insufficienza» delle banchine di neppure 170 metri non consente l’attracco di modesti piroscafi, dove mancano collegamenti alla rete stradale e ferroviaria per raggiungere i centri di consumo e produzione più vicini, dove la costruzione d’un secondo molo a levante, appaltata dopo otto anni dall’approvazione, viene interrotta senza una fondata ragione. Di fatto, Taranto è dotata di un porticciolo che la esclude dalle rotte commerciali, paralizzando le sue possibilità di sviluppo che potrebbero oscurare altri centri della provincia leccese e del Mezzogiorno.

L’ostruzionismo leccese
Di Palma punta l’indice contro il Genio Civile del capoluogo di provincia che impedisce lo scavo dei fondali, in quanto non sarebbero stati terminati gli altri lavori di sistemazione del porto. Essendo sempre da sistemare il porto di Taranto, i fondali - denuncia Di Palma - impediscono l’ormeggio di naviglio di modesto tonnellaggio e si  è costretti «a lottare contro resistenze passive le quali portano a gravi perdite di tempo, anche quando, come pel porto, si tratti di gravi questioni che riguardano i maggiori interessi di Taranto! Il Genio civile di Lecce, forse, non vuole ancora convincersi che il più grande centro della provincia di Terra d’Otranto ed uno dei maggiori centri delle Provincie meridionali, specie per la sua eccezionale importanza militare, è precisamente Taranto; bisognerebbe perciò rivolgere a quel porto ed a quella città un po’ più di energia, di buon volere, di solerzia e forse anche di simpatia».

Il porto delle carte
Dopo aver motivato la dettagliata richiesta dei lavori necessari per dotare la città d’un porto commerciale degno di tal nome, così amaramente conclude: «Nelle acque del porto di Taranto, se non galleggiano piroscafi, galleggiano in compenso tonnellate di carte che la burocrazia e gli uffici tecnici hanno preferito regalarci al posto dei fondali, delle banchine e dei binari. La sola risposta oggi possibile dal banco del Governo è, quindi, quella preannunziante l’azione».
Nella sua replica il ministro Ettore Sacchi, barcamenandosi in una risposta interlocutoria, non può non riconoscere che «l’onorevole Di Palma ha con grande competenza trattato dei bisogni del porto di Taranto».

Il plauso della stampa locale
A livello locale, la “Voce del Popolo” di Antonio Rizzo (1857-1920), sempre schierata contro il deputato grottagliese, dà atto a Di Palma d’aver parlato in modo «chiaro ed energicamente … Era quello che il paese voleva, stanco delle vecchie turlupinature. L’on. rappresentante del nostro Collegio merita la più viva lode, specie se continuerà a vigilare e ad alzare la voce, per questa e per altre questioni cittadine».
Sempre la “Voce” condivide i rilievi rivolti all’ufficio del Genio civile di Lecce, perché confermano «quanto altre volte dicemmo noi su questo giornale, modestissimamente ma con pari amore per gl’interessi di Taranto».
Per la “Democrazia” di Lecce di Pietro Marti (1863-1933), Federico Di Palma «tenne uno di quei discorsi, che, per vigore di pensiero e per altezza d’intenti, bastano ad assicurare la fortuna politica di un deputato. È vero che il giovane e già illustre rappresentante del collegio di Taranto non è nuovo a successi parlamentari, specialmente in materia di marina militare e commerciale; ma in questa evenienza si è elevato dal campo del puro tecnicismo, […] prospettando un problema che va meditato e risoluto con tenacia di proposito».
Insomma, Di Palma è il deputato che, con ineguagliabile competenza in materia navale, assumerà importanti incarichi parlamentari e la prestigiosa vicepresidenza del Consiglio superiore della marina mercantile e altre responsabilità avrebbe potuto certamente accettare nel corso degli anni se la malattia contratta al fronte non avesse stroncato la vita.
Taranto riconoscente, con l’amministrazione comunale guidata da Francesco (don Ciccillo) Troilo (1868-1952), darà, ad imperitura memoria, il suo nome alla importante via cittadina che dall’ingresso principale dell’Arsenale militare giunge alla centrale piazza M. Immacolata.

Guglielmo Matichecchia
Società di Storia Patria per la Puglia
Socio Ordinario - Sezione di Taranto


Guglielmo Matichecchia, Di Palma e il porto che non c’è, in “Buonasera Taranto”, Anno XXVIII, 15 aprile 2020, n. 82, p. 12.

sabato 28 marzo 2020

Ricordo di Vincenzo De Filippis


   In questi giorni, il mondo della scuola e quello dell’arte sono in lutto per la scomparsa di Vincenzo De Filippis, preside dell’istituto d’arte di Grottaglie dal 1987 al 1997 e artista di chiara fama.

   Grottaglie perde uno dei suoi figli migliori, un grande uomo di scuola, un eccellente artista, un testimone della migliore grottagliesità.
   Credeva e si impegnava per una scuola di qualità, formativa, innovativa, capace di coniugare la gloriosa tradizione della vecchia scuola d’arte con i nuovi indirizzi legati all’avanzare di forme e linguaggi della contemporaneità.       Per Vincenzo la scuola era il tempio della cultura e dell’arte, dove il vero si incontra con il bello in un’umanità orientata al bene. Organizza, con particolare cura, il museo della ceramica dell’istituto d’arte, un fiore all’occhiello non solo della scuola, dove far tappa con i visitatori più illustri della città delle ceramiche. 
   Come artista, eccelle soprattutto nella scultura, nella ceramica e nella grafica, esponendo in Italia e all’estero in mostre personali e collettive, con vasto consenso di pubblico e di critica. Cosimo Luccarelli ricorda che «sue opere dimostrano l’alto valore artistico, la grande professionalità dei maestri grottagliesi e non per ultimo la provenienza da una scuola d’arte locale di alto prestigio, vanto di tante generazioni».
   Tra i ricordi personali c’è un viaggio insieme a Brest, città francese gemellata con Taranto, per uno scambio culturale che ci vedeva insieme a Pino Albenzio, Franco Fersini, Gianni Amodio, Grazia Lodeserto, Giovanni Gigli, Alfredo Cervellera e altri amici e colleghi. 
   Torna in mente un’indimenticabile serata, nel novembre 2011, nel liceo “Moscati” con Roberto Burano, Alberto Altamura, Francesco Prudenzano, Tommaso Sibillio per presentare un’interpretazione di Dante attraverso le sue stupende sculture (Il titolo della serata era “La scultura di Vincenzo De Filippis interpreta Dante”), collegate alle “Lecturae Dantis” del liceo.   
   Un ultimo ricordo personale è del novembre 2017, legato al conferimento del premio “Koinè Culturale - Giuseppe Battista” di Grottaglie, organizzato da Roberto Burano, con la collaborazione di Rosario Quaranta e di Pierpaolo De Padova, che Vincenzo impreziosiva con le sue opere in terracotta da assegnare al premiato dell’edizione di turno.
   Credo che possano esserci altri momenti in cui si debba meglio ricordare la persona e l’opera di De Filippis. L’auspicio è che la città di Grottaglie, al di là dell’immediato cordoglio e degli onori che non ha potuto tributare in questi giorni di coronavirus, sappia degnamente onorare la sua esemplare opera e la sua degnissima persona.

Guglielmo Matichecchia, De Filippis, uomo di scuola artista eccellente, in “Buonasera Taranto”, Anno XXVIII, 28 marzo 2020, n. 71, p. 10.








martedì 17 marzo 2020

La peste bubbonica nella Taranto del dopoguerra


Il coronavirus fa rivivere dolorose esperienze del passato che si ritenevano improponibili per le migliorate condizioni di vita di oggi e per i progressi della medicina, ritenuta capace di poter debellare ogni virus vecchio o nuovo che voglia minacciare la salute delle popolazioni.
La memoria storica va all'anno 1945, all'indomani della conclusione del conflitto mondiale e della liberazione del'Italia dal fascismo, quando nel mese di settembre esplodono, in Taranto, in prevalenza tra gli operai delle officine dell’arsenale marittimo, alcuni casi di peste bubbonica.

Ancora non sopiti l’eco lacerante delle sirene antiaeree e l’acuto sibilo delle bombe, ancora non asciugate le amare lacrime per i tanti morti in una guerra funesta, scatta un nuovo e inatteso allarme in una città che muove i primi passi del post-fascismo per ripristinare valori ed esperienze di libertà e di democrazia.
Il timore dell’epidemia mette alla prova la nuova classe dirigente: il socialista Ciro Drago alla guida della giunta municipale, il democristiano Alfredo Fighera alla presidenza dell’Amministrazione provinciale e Giuseppe Festa alla responsabilità della prefettura. Lo stesso governo nazionale, presieduto da Ferruccio Parri - che non ha un ministero della Salute, ma quello dell’Alimentazione con l’aventiniano Enrico Molè - segue, con la giusta attenzione, l’evolversi del focolaio nel territorio tarantino.
Da un’immediata indagine sanitaria, disposta dalle autorità militari e civili ed eseguita dagli esperti dell’Alto commissariato per l’igiene e la sanità, scaturisce: la presenza di topi portatori della “morte nera” nelle balle di cotone e di stracci, scaricate da un mercantile inglese proveniente da Malta; la morte d’un marinaio dell’equipaggio senza dichiarare la causa alle autorità italiane.  Si adottano immediatamente le prime misure d’urgenza per circoscrivere il focolaio. I contagiati sono confinati nel lazzaretto comunale diretto dal dott. Arturo Gentile, i familiari in contumacia; si dispongono disinfestazioni e vaccinazioni per quanto possibile.
Si vietano le riunioni pubbliche e tutte le manifestazioni, si chiudono le chiese e i luoghi d’incontro, si sospende il servizio tranviario. Pur evitando ogni possibile pubblicizzazione, la notizia trapela in città che non resta indifferente. Si respira un’aria greve, di comprensibile preoccupazione; le vie non sono particolarmente affollate; si vogliono evitare contatti che possano essere contagiosi e pericolosi per la salute.
Dal 3 al 23 settembre si contano 23 casi, di cui 11 mortali. Si pensa che il peggio sia passato, ma fra il 22 e il 29 ottobre si aggiungono altri 3 casi letali. Nel mese di novembre si registrano due casi, di cui uno mortale, le autorità sanitarie ritengono diminuita la forza diffusiva dell’infezione anche se non ritengono la città ancora indenne. La sanità militare della marina italiana è encomiabile per la competenza e l’impegno dei suoi ufficiali - specificatamente Umberto Monteduro, Giuseppe Barbagallo, Alfonso Leone e altri - nel contrasto del morbo, giovandosi della collaborazione degli inglesi. 
Le autorità sanitarie nazionali e locali (con il dott. Ferdinando Martorana, medico provinciale) decidono di organizzare un’offensiva per sterminare i topi, ritenuti il pericolo pubblico numero uno.
Chiamato dall’United Nations Relief and Rehabilitation Administration (U.N.R.R.A.), un’organizzazione internazionale istituita per assistere economicamente e civilmente i Paesi usciti gravemente danneggiati dalla Seconda guerra mondiale, giunge da Londra il dott. Barnett, uno specialista del Servizio controllo disinfestazioni del ministero dell’alimentazione, che vanta, nel suo curriculum, l’annientamento in Inghilterra «di qualcosa come otto milioni di topi nel giro di pochi mesi». La lotta contro i ratti è intensificata con un mirato piano studiato dalle autorità sanitarie italiane in accordo con l’esperto inglese, che tiene conto della specificità del morbo, della sua diffusione e della situazione igienica del centro abitato. Qui «i rifiuti accumulati nei bidoni generosamente forniti dall'Amministrazione comunale e situati nei vari androni - si denuncia nella “Voce” - emanano un tanfo insopportabile … ed attirano mosche, topi ed insetti in tale quantità da costituire un pericolo per la comunità». Al di là dei topi importati con le balle di cotone e di stracci, si individuano alcune concause nell'eccessivo sovraffollamento della città; nella caldissima estate, seguita ad un inverno freddo e a una primavera ritardata; nella siccità da gennaio ad ottobre, con una durata mai riscontrata nell'ultimo cinquantennio.
Alla cronaca di quei giorni fa qualche cenno l’indimenticabile Giacinto Peluso (che fa parte di quella benemerita schiera di studiosi locali, homines virtutis atque ponderis), nella sua “Storia di Taranto” del 1990, edita dalla Scorpione Editrice di Piero Massafra. Nei primi anni del nuovo Millennio, Giovangualberto Carducci e A. Leone entrano nel merito degli avvenimenti con un saggio pubblicato nella rivista “Cenacolo” della sezione di Taranto della Società di Storia Patria. A questi si aggiungono articoli di giornali locali e, nel 2002, gli interventi di Alberto Carducci e degli ultranovantenni Barbagallo e Leone, in convegni e incontri di studio sull'argomento.  Non ci sono riscontri, nel 1945, nelle pagine della storica “Voce del Popolo”, forse per non allarmare ulteriormente la popolazione duramente provata dalla dittatura del ventennio fascista e dalla tragedia della guerra. La cittadinanza conosce, però, i  provvedimenti adottati dal prefetto e, nell'edizione del 27 ottobre del giornale diretto da Antonio Rizzo,  si accenna all'esistenza «dei diversi casi di peste verificatisi di recente nella nostra città», riportando la protesta del lettore Sergio Azzollini, che si rivolge pubblicamente al sindaco - dopo alcuni reclami scritti senza risposta - per chiedere una “disinfezione” in via Pupino, angolo via Di Palma, dove «si notano da tempo numerosi topi evidentemente di fogna».
 Anche in questo caso, come in ogni emergenza con rischi per la salute e la vita, tutto il resto passa in secondo piano e anche a Taranto, come direbbe Camus, la peste «aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti».
La lezione che viene dalla storia è oggi, a maggior ragione, da non dimenticare: si può vincere o perdere quando si è divisi dalla guerra; si può solamente vincere, senza alcuna paura, quando si è uniti senza distinzioni e si lotta fianco a fianco, dalla stessa parte, per il bene di tutti.


Guglielmo Matichecchia
Società di Storia Patria per la Puglia
Socio Ordinario - Sezione di Taranto


Guglielmo Matichecchia, La peste bubbonica nella Taranto del dopoguerra, in “Buonasera Taranto”, Anno XXVIII, 17 marzo 2020, n. 62, p. 15.

venerdì 6 marzo 2020

Il Quaderno de "L'Arengo" dedicato a Francesco Petrarca


Paolo De Stefano, con il solito garbo e con una bellissima dedica in cui fa sentire la “più fraterna voce del cuore”, mi ha fatto dono dell’ultimo numero, il tredicesimo, de “I Quaderni” della rivista “L’Arengo”, ormai un punto fermo della cultura letteraria, che va ben oltre i confini della nostra città.
Il quaderno, edito dalla “Scorpione Editrice” di Piero Massafra, è pubblicato grazie anche al mecenatismo della BCC di San Marzano di San Giuseppe, alla cura redazionale di Mario Lazzarini e alla bella impaginazione di Carmela Massafra.
“L’Arengo” nasce dall’idea e dalla lungimiranza di Paolo De Stefano, negli indimenticabili anni al prestigioso timone del liceo classico “Quinto Ennio” e della fondazione del “Centro Studi di Italianistica”, iniziando dal 2005 una serie di numeri monografici, dedicati ai giganti della nostra letteratura. Dopo il primo, di cui è protagonista Benedetto Croce, seguono, nell’ordine, quelli dedicati a Pascoli, Carducci, D’Annunzio, Pirandello, Ungaretti, Quasimodo e Montale, Boccaccio, Leopardi, Manzoni, Foscolo e ai “Narratori e poeti del secondo ‘900”.
I volumi, frutto di un paziente e rigoroso impegno di studio e di ricerca, possono arricchire la formazione iniziale e in servizio dei docenti di Letteratura italiana, la formazione di studenti che non si accontentano degli usuali testi e manuali scolastici e possono ben figurare nelle biblioteche universitarie e dei migliori istituti di istruzione secondaria di secondo grado.
L’ultimo numero, ancora con l’invitante profumo della carta appena stampata, vede una serie di saggi riguardanti Francesco Petrarca (20 luglio 1304 - 19 luglio 1374), artista «della rinnovata lingua nazionale dal latino secolare, indagatore finissimo della nostra più ascosa spiritualità; poeta moderno nel senso attuativo del nostro umano procedere nella vita e nella Storia»; è dedicato «con animo fermo e sincero» alla «nobile e qualificata dottrina e sapienza di Walter Tommasino che, per decenni, è stato collaboratore prezioso e privilegio della Rivista».
Il Petrarca de “L’Arengo” si legge piacevolmente e si può consultare con profitto; non viene considerato solo per la liricità del “Canzoniere”; è l’oggetto di un accurato scavo critico. Si colgono, nelle stagioni della sua vita, i caratteri della solitudine interiore e dell’inquietudine nella ricerca di sé, il desiderio di conciliare il cristianesimo con l’amata cultura classica, la varietà delle esperienze nel continuo peregrinare e nei soggiorni alla ricerca di nuove conoscenze, l’aspirazione a un’Italia giammai dilaniata, la dolce memoria di un amore prima vicino e poi vago e lontano. Il Petrarca è analizzato nella prosa risorgimentale del Carducci, nelle opere in latino e in volgare, nella critica letteraria del ‘900, nei caratteri assunti dal petrarchismo, nel panorama della cultura europea di lingua francese e tedesca, nella ricerca di universale lode con il serto romano in una data controversa. Da tutti i contributi emerge il profondo pensiero, il valore poetico e letterario, le non comuni qualità
artistiche, che fanno del Petrarca il poeta in grado, con la sua opera, di vincere quel tempo sempre in fuga senza arrestarsi un’ora (fugge, et non s’arresta una hora - cclxxii) e di una cultura che sente l’approssimarsi del nuovo che avanza senza chiusure ad un passato che stenta a tramontare.
Gli autori dei contributi sono espressione della cultura militante del mondo accademico, scolastico  e del territorio e specificamente di Ruggiero Stefanelli (Il petrarchismo di Petrarca e la critica del Novecento), Aldo Luisi (La presenza di Ovidio in Petrarca), Domenico Lassandro (La biblioteca ambrosiana e il codice virgiliano del Petrarca con la nota autografa sulla morte di Laura), Vittorio Basile (Francesco Petrarca polemista civile), Paolo De Stefano (Fiumi ed acque nel “Canzoniere” petrarchesco), Antonio Resta (Il “Petrarca” di Luigi Russo), Romano Colizzi (Petrarca e Goethe), Alberto Altamura (Spigolature petrarchesche), Mino Ianne (Francesco Petrarca nella interpretazione di Étienne Gilson), Titina Laserra (“Italia mia, benché il parlar sia indarno”), Stefano Milda (Petrarca, l’Italia e la pace), Stefania Danese (Francesco Petrarca. L’ascesa al monte Ventoso. Il discidium di un uomo moderno), Antonio Liuzzi (Francesco Petrarca dalla Provenza a Milano e l’Itinerarium ad sepulcrum domini nostri Iesu Christi), José Minervini (Il mal d’essere di Francesco Petrarca), Egidia La Neve (Il poeta laureato nel paradiso abitato da diavoli), Nicoletta Francesca Berrino (Con Petrarca sul Ventoso: note a margine di Familiarium rerum Libri IV, 1 Tararà editori) e Lucio Pierri (Incoronazione del Petrarca: una data controversa e una falsa cronaca). Un insieme di contributi non giustapposti, bensì legati organicamente dal fil rouge d’un Petrarca «voce discreta, intima, a volte solitaria, ma sempre amabile che - come scrive De Stefano nella presentazione del volume - trasferisce gli umani sentimenti da elegiaci, ora drammatici, ora fervidi di speranza dalle ombre dello stesso cuore alla luce della speranza che è vita e rinnovellato amore».
Con il 2021, l’anno del settimo centenario della morte di Dante, il numero monografico, il Quaderno n. 14, in collaborazione con il Comitato di Taranto della “Società Dante Alighieri” presieduto da José Minervini, sarà dedicato, con una raccolta di studi e saggi, al Sommo Poeta.
Guglielmo Matichecchia

Guglielmo Matichecchia, I Quaderni de L’Arengo dedicati al Petrarca, in “Buonasera Taranto”, anno XXVIII, 6 marzo 2020, n. 54, p. 16.




domenica 1 marzo 2020

Il culto del Sommo Poeta, conosciuto più all'estero che in Italia


“Il Signore dell’altissimo canto”! Così Paolo VI ha definito il poeta nell'indimenticabile lettera apostolica del 7 dicembre 1965 per il sesto centenario della sua nascita, salutandolo nell’«eccelso coro dei poeti cristiani … per la grandezza dei temi trattati e per la purezza dell’afflato e dell’ispirazione, meravigliosa per il vigore congiunto a una squisita eleganza». Tutti lo riconoscono quale il più grande poeta dell’umanità. Come tale non tramonta mai, vive in una dimensione in cui il tempo c’è, ma non conta più; giammai è desueto, è sempre attuale, è nella memoria senza appartenere al passato, anzi - come è stato detto - è un contemporaneo del nostro futuro.

Gianfranco Contini (1912-1990), nel riconoscere l’universalità del divino poeta, non rinchiuso nel suo Medioevo, collocandosi in un tempo che non è alle nostre spalle, ben scrive, nel saggio critico Un’idea di Dante, che «l'impressione genuina del postero, incontrandosi in Dante, non è d'imbattersi in un tenace e ben conservato sopravvissuto, ma di raggiungere qualcuno arrivato prima di lui».

L’umanità trova nella Divina Commedia l’opera d’arte perfetta, il «poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra» (Pd XXV, 1-2), la storia del proprio eterno peregrinare. Nella “Commedia” si riconosce il distillato della più pura poesia, non impantanata da zavorre ideologiche, non chiusa in categorie mentali contingenti, libera dai limiti del tempo e dello spazio e capace di guardare, con le proprie ragioni, quelle degli altri.
Antonio Gramsci (1891-1937), che nessuno può tacciare di ‘simpatie’ verso il mondo cattolico, nella prima lettera dal carcere fascista, indirizzata alla sua padrona di casa, chiede di ricevere una copia della Commedia, di cui è fine studioso, producendo rilevanti considerazioni critiche anche sul X canto dell’“Inferno”.
  
Dante nel mondo
Dante, poeta pensante, fa emergere e canta, con inimitabile arte, «le realtà più misteriose e sublimi della vita, i misteri di Dio e i più alti pensieri degli uomini». Si può così comprendere perché non solo in Italia, ma in tutto il mondo sia diffuso il culto del sommo poeta e siano quanto mai numerosi e non formali i preparativi per celebrare degnamente, nel prossimo anno, il settimo centenario della morte.
Prima del diffondersi del coronavirus, nella stessa Cina - dove, appena qualche anno fa, nel 2011, è stata inaugurata, nella metropoli di Ningbo della provincia orientale dello Zhejiang, una copia della celebre statua di piazza Santa Croce di Firenze - è stato costituito un apposito comitato e proposto un ricco programma per commemorare Dante, conosciuto, studiato e particolarmente amato nelle più importanti istituzioni culturali dell’Asia. Né va qui dimenticato il culto di Dante tra popolazioni di lingua inglese, dove trova il maggior numero di traduzioni al mondo, costituendo, in particolare, negli Stati Uniti d’America, «un’importante componente della formazione degli studiosi e ‘gentlemen of culture’ della tradizione harvardiana e bostoniana». Molto spesso, andando all’estero, gli italiani rischiano di sfigurare innanzi a stranieri che conoscono e citano la Divina Commedia con una dimestichezza che in Italia si va smarrendo. Uno studente della nostra scuola ionica - promosso con il massimo dei voti nella maturità liceale - dopo aver brillantemente completato i suoi studi nell’Università di Yale, vive negli Stati Uniti, dove lavora con successo nel mondo della grande finanza, candidamente confessa, in una pubblicazione, di avere una modesta conoscenza del solo ‘Inferno’ e di aver fatto «spesso pessime figure con persone straniere che pensano che noi italiani siamo tutti esperti di Dante».

Dante in Italia
Povero Dante! Lo stesso poeta e tanti studiosi e artisti - che in Italia e nel mondo hanno amato il Sommo Poeta nella letteratura, nella pittura, nella musica, nel cinema e nel teatro - inorridirebbero per come in Italia, al di là di estemporanee rappresentazioni televisive, ci si occupa dell’opera dantesca. Questa meriterebbe, nel nostro Paese, una migliore attenzione nella formazione iniziale e in servizio dei docenti di Letteratura italiana e nella formazione degli studenti della scuola di istruzione secondaria di secondo grado, dove quantità e qualità dell’insegnamento della Commedia tendono a contrarsi, con l’implicito incoraggiamento dei compiacenti programmi ministeriali.

Dante nella cultura tarantina
Nella realtà tarantina, al di là dell’attività pedissequamente curricolare svolta nelle scuole, non ci sono - salvo lodevoli eccezioni - iniziative che abbiano a cuore la poesia di Dante. Solo la sezione comunale della Società Dante Alighieri, con la presidente José Minervini, il presidente onorario Paolo De Stefano e la segretaria Annamaria Converti, si impegna, con notevoli sacrifici economici e organizzativi, a mantenere vivo il culto del “Ghibellin fuggiasco” con pregevoli “Lecturae Dantis”. Qui basterebbe ricordare gli interventi già realizzati o in corso di realizzazione, nella sede gentilmente messa a disposizione da parte dell’ASL in via SS. Annunziata, di Aldo Onorati, Pietro Dalena, Antonio Liuzzi, Stefano Milda, Stefania Danese, Roberto Imperiale, Anna Grasso, Titina Laserra, Antonio Morelli, Nicola Baldi, Piero Massafra e Giancarlo Magno.
Sarebbe auspicabile che, anche in vista del 2021, l’anno delle celebrazioni nazionali di Dante, tutte le scuole secondarie di secondo grado, con i docenti e con i presidi più sensibili, possano promuovere progetti curricolari ed extracurricolari di poesia dantesca, potendo contare sulla collaborazione di competenze presenti nel territorio. 

Taranto per i 700 anni della morte di Dante
Il 2021 sarà in Italia l’anno di Dante e la città che aspira a diventare capitale della cultura non può ignorare tale ricorrenza. Si auspica che l’Amministrazione del Comune capoluogo - in collaborazione con il comitato locale e con la sede nazionale della Società Dante Alighieri - possa, a tal proposito, promuovere le migliori iniziative, sapendo così rafforzare la candidatura a capitale della cultura per il 2021, tenendo conto che tra le 43 città italiane candidate ci sono storiche località dove Dante è parte integrante delle tradizioni e della loro vita.
In tale ambito, sarebbe prezioso il coinvolgimento delle studentesse e degli studenti delle scuole, la chiamata in causa dei dirigenti scolastici e dei docenti che hanno una migliore sensibilità culturale e civile, un amore per l’opera dantesca e per il nostro territorio.
Si potrebbero programmare alcune giornate con una serie di “Punto Dante” - a cura degli studenti e dei loro docenti con la collaborazione di gruppi teatrali amatoriali - nelle piazze e nelle vie più frequentate della città, con una breve e suggestiva rappresentazione di alcuni canti della Commedia. Si pensi a una serie di esecuzioni musicali che si richiamano a Dante con, in primis, la Sinfonia di Dante di Franz Liszt che potrebbe rientrare, in un’apposita serata, nel cartellone 2021 delle orchestre della nostra città e/o delle orchestre delle prestigiose istituzioni musicali del territorio. Per queste ultime, il riferimento è sia all’istituto superiore di studi musicali “Paisiello”, che vanta la presidenza di Domenico Rana e la direzione del M° Gabriele Maggi, sia al liceo musicale “Archita”, di cui è preside Francesco Urso, e alla sua orchestra diretta dal prof. Paolo Battista. È bene qui ricordare come la storia del liceo “Archita” sia profondamente intrecciata con quella della Società Dante Alighieri di Taranto, con il coinvolgimento di insigni docenti e dei migliori presidi che si sono succeduti con crescente impegno volto a diffondere nella scuola e nella città l’amore per Dante e per la sua immortale poesia.
Una capitale della cultura nell’anno di Dante senza Dante non è possibile.
È bene pensarci in tempo!
Guglielmo Matichecchia

(Guglielmo Matichecchia, Il culto del Sommo Poeta, conosciuto più all'estero che in Italia, in “Buonasera Taranto”, anno XXVIII, 1-2 marzo 2020, n. 50, p. 24) 

domenica 10 novembre 2019

LECTURA DANTIS / IL SAN FRANCESCO DI DANTE

   Il 29 ottobre 2019, nella sala convegni del padiglione "SS. Crocifisso" dell'ex "Ospedale Vecchio", in via SS. Annunziata, ha avuto luogo una "Lectura Dantis"  sul tema "Nacque al mondo un sole. Il San Francesco di Dante", con riferimento all'XI Canto del Paradiso. L'iniziativa è stata assunta dal Comitato di Taranto della
"Società Dante Alighieri" e ha avuto il suo nucleo essenziale nella relazione del prof. Guglielmo Matichecchia, preceduta da una breve introduzione da parte della prof.ssa José Minervini, presidente del Comitato tarantino della "Società Dante Alighieri".
   Le conclusioni della serata sono state affidate al preside Paolo De Stefano, presidente onorario del Comitato cittadino della benemerita "Società".
   L'iniziativa ha avuto eco nella stampa locale e, specificatamente, nelle pagine del quotidiano locale "Buonasera Taranto" e nel settimanale "Nuovo Dialogo".

È stato inaugurato l’anno dantesco sociale della Dante Alighieri di Taranto
Il San Francesco di Dante nella “lectura” di Matichecchia
Taranto – Il San Francesco di Dante (Canto XI) del Paradiso è stato il tema preparatorio e propiziatorio per l’anno dantesco ormai alle soglie che il preside prof. Guglielmo Matichecchia ha svolto in una “sua” lectura Dantis nei giorni scorsi e a cura dell’Associazione nazionale “Dante Alighieri” sezione di Taranto.
Non era e non è un tema facile, ma ampio e scorrevole è stato il commento al canto dantesco che inquadra fieramente e solennemente la figura del grande santo di Assisi.
Un tema trattato con vigore di analisi critica e con fluidità metodologica da illustri dantisti commentatori dell’Ottocento e nel ‘900 e nei tempi più vicini a noi.
Guglielmo Matichecchia ha creato, con forza di logica, la “sua” lectura Dantis, un’atmosfera francescana assai suggestiva per il fluire delle immagini, anche da diapositive, poeticamente espresse e esegeticamente commentate. Ne è venuta alla luce una lezione precisa ed intellettualmente coerente con l’ideale del commentatore, sicché l’immagine del Santo, il più Santo dei Santi, ha avuto, non solo storicamente, ma anche evangelicamente, nel suo “eroico” essere di Cristo, una luce espositiva che è stata anche una coerente relazione interiore tra Francesco e Dante.
Matichecchia è riuscito a coinvolgere il nutrito numero di ascoltatori nella esemplare atmosfera francescana di quell’epoca alta medioevale nella quale la lotta tra potere spirituale e temporale aveva recato danni etici, morali e religiosi alla stessa parabola evangelica.
La novità interpretativa del Santo di Assisi, da parte di Guglielmo Matichecchia, è nell’aver saputo illustrare, per linee metodologiche serrate e convincenti, la figura di Francesco quale “persona” (nel senso latino!) fra noi persone.
Non personaggio ma nostro mortale audace “cavaliere” di Cristo dietro il quale si scalzò Egidio e Silvestro perché “dietro la sposa, sì la sposa piace”, e, al tempo stesso, essere Francesco, fiero “duce” che sa “comandare” il plotone dei suoi “poveri” ma agguerriti soldati verso la “guerra” che “Madonna Povertà” doveva condurre contro i ricchi e potenti del tempo, anche ecclesiastici vestiti di panni curiali nel mentre i suoi seguaci erano avvolti in umili “vestimenti” sorretti dal forte “cordiglio”.
Francesco nella lettura di Matichecchia è fra noi, oggi più che mai, e a noi tutti dice di rialzare il capo e andare a convertire i nemici della Fede, contro i falsi idoli del moderno mondo.
Francesco scende dal suo Medioevo e si fa compagno fra noi, in un’epoca (come la nostra cosicché dovrebbe tornare Cristo a rifare luce su un popolo che, per molti aspetti, è sbandato e umiliato dal male altrui.
Attraverso l’attenta ed accorata analisi del testo, non privo di vigore sintattico e di “stilemi e lemmi” latini, l’oratore ci ha offerto una lettura assai attualizzata del Canto, che è poi l’eterno attualizzarsi del Vangelo di Cristo.
Il commentatore ha saputo creare, con il suo commento, un’atmosfera di partecipazione corale alla francescana distinzione tra “ignota ricchezza” e gli sviamenti, anche attuali, che fanno sì che i cristiani siano “pecore remote e vagabunde” perché lontane dallo smarrito “ovile”.
E nel canto dedicato a San Francesco dalla “Parola del Vangelo” nascono le parole poetiche di Dante in un pieno equilibrio di composizione che prelude alle immagini giottesche della padovana cappella.
Consensi prolungati e sinceri al termine della “Lectura”; il relatore è stato presentato dalla prof. José Minervini, presidente del sodalizio dantesco tarantino; e la manifestazione si è svolta nella Sala Convegni dell’ex Ospedale Santissima Annunziata per gentile concessione.
(Paolo De Stefano, Il San Francesco di Dante nella “lectura” di Matichecchia, in “Buonasera Taranto”, Anno XXVII, 9 novembre 2019, n. 253, p. 16)

Il San Francesco di Dante riletto dalla Società Alighieri
Una “Lectura Dantis” - seguita con un ascolto attivo e gradito, con riferimento all’XI Canto del Paradiso, su “Nacque al mondo un sole: il San Francesco di Dante” - è stata proposta dal preside Guglielmo Matichecchia al folto pubblico della sala convegni dell’ex ospedale di via SS. Annunziata.
Il relatore è stato presentato da José Minervini, presidente del comitato di Taranto della Società Dante Alighieri.
«Attraverso il Santo di Assisi, Dante - ha detto Matichecchia - esprime la propria visione del cristianesimo e il significato del passaggio da un mondo centrato sull’io ad un mondo che ha il suo centro in Dio», con una Chiesa restituita al Vangelo delle beatitudini, ai poveri e agli umili.
Il relatore ha illustrato la ricostruzione dantesca della vita e del tempo del Santo, in cui emerge il rapporto strettissimo fra Cristo e Francesco, tanto da essere riconosciuto quest’ultimo quale “Alter Christus”.
Si è soffermato sulla nascita di Francesco, «tutto serafico in ardore», disposta dalla divina Provvidenza per «mantener la barca di Pietro … per dritto segno» e sulla città di Assisi, porta dell’Oriente, dove «nacque al mondo un sole», Francesco, luce di spiritualità e di carità cristiana.
Ha ricordato la conversione e la scelta francescana della povertà, lo scontro e il disconoscimento del genitore, Pietro Bernardone, prima del matrimonio con Madonna Povertà.
Ha parlato della diffusione della famiglia francescana, «la gente poverella», del riconoscimento della Regola dell’ordine religioso da parte di Innocenzo III prima e di Onorio III poi. Il relatore ha fatto cenno all’incontro di Francesco, «per la sete del martirio», con il Sultano al fine di convertirlo a Cristo, nonché alle Stimmate, «l’ultimo sigillo che le sue membra due anni portarno» prima della morte e della sepoltura nella nuda terra, in quanto «al suo corpo non volle altra bara».
Notevoli le citazioni con cui sono stati richiamati non solo i versi del canto, la Bibbia, le fonti francescane, ma anche i testi di numerosi autori, quali Thomas Eliot, Miriam Pierri, Hannah Arendt, San Paolo VI, Umberto Eco, Giambattista Vico, Nicolò Macchiavelli, Riccardo Bacchelli, Ignazio Silone, Marguerite Yourcenar e altri.
Paolo De Stefano, José Minervini e Guglielmo Matichecchia 
Il preside Matichecchia ha concluso la “Lectura” con l’invito a leggere Dante, sempre, con rinnovata meraviglia, per la grandezza e bellezza dei suoi immortali versi, tanto da poter dire della sua poesia: Io non la vidi tante volte ancora, / Ch’io non trovassi in lei nova bellezza».
Le conclusioni sono state affidate al preside Paolo De Stefano, presidente onorario della Dante Alighieri tarantina, che ha definito «mirabile più che magistrale» la “Lectura Dantis” della serata.
Tra i partecipanti, Baldassarre Cimmarrusti, preside della Sezione Taranto-Jonio dell’O.E.S.S.G.; Roberto Burano, governatore Lions della Puglia, a cui è stata consegnata la tessera di socio onorario della Dante Alighieri; Giovangualberto Carducci, presidente della Sezione di Taranto della Società di Storia Patria per la Puglia, Piero Massafra, titolare della “Editrice Scorpione”, numerosi dirigenti scolastici e docenti provenienti anche dai comuni della provincia per trascorrere una bella serata di cultura e di amicizia.
(Il San Francesco di Dante riletto dalla Società Alighieri, in “Nuovo Dialogo”, Anno LV, 8 novembre 2019, n. 253, p. 11)